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10 TESI PER LO SVILUPPO AZIENDALE

Viviamo un’epoca in cui l’economia è pervasiva nella società, nella politica, nei comportamenti degli individui; forse troppo. Pensiamo in termini di consumi e di denaro. Questa cultura, ahimè, nasce anche nei luoghi di lavoro, quantomeno in quelli dove l’individualismo imperante è addirittura esaltato, incentivato, portato ad esempio. E si dimentica che il vero progresso è sempre nella cooperazione, di talenti e di intelletti, che l’uomo da solo non va da nessuna parte, che la natura stessa del concetto di azienda si manifesta in un gruppo di persone tra loro differenti ma allo stesso tempo tolleranti. Sono già troppo piccoli i singoli Stati, in questo mondo globalizzato, figuriamoci il più grande degli individui!

Avendo venticinque anni di vita (vite) d’azienda, ecco raccolte dieci idee in tema di organizzazione aziendale su cui credo che occorra fermamente riflettere (qualche multinazionale se ne è già accorta, a proprie spese; le PMI, ancor più, “saltando” e dissolvendosi!), se vogliamo che l’essere umano resti sempre un fine e non un mezzo per il futuro benessere della nostra società e per lo sviluppo della nostra cultura.

  1. LEADERSHIP. In una massa di mercati differenziati, nella quale tutti viviamo, la leadership in azienda è policentrica, magari basata su fattori distintivi e peculiari, altrimenti l’organizzazione crea automi o, nella migliore delle ipotesi, fotocopie sbiadite dei più bravi.
  2. RETRIBUZIONE. Un responsabile di un gruppo di persone non vive di compensi esclusivamente variabili, perché se così fosse sarebbe spinto a impiegare il suo tempo prezioso nell’affrontare l’operatività, che dovrebbe essere dominio di altri. Egli deve vivere di una retribuzione stabile (con bonus) che gli permetta di fare il proprio lavoro: tracciare la rotta e sviluppare il business, migliorando i talenti di ciascuno.
  3. ATTEGGIAMENTO. Il capo è umile; l’umiltà è il miglior antidoto contro i piani che talvolta possono non andare a buon fine: ciò consente di affrontare un problema con grazia anziché con arroganza o, peggio, insabbiandolo.
  4. PRODUTTIVITÀ. Le statistiche non possono misurare la produttività di un lavoro creativo e dove l’intraprendenza è la benvenuta, accettandosene gli errori: l’intera società necessita di nuove idee e di creatività, mentre qualche responsabile o imprenditore cerca disperatamente di concentrare le migliori energie umane sul brevissimo termine.
  5. FLESSIBILITÀ. Dopo aver fatto della sbandierata flessibilità (da pagare meglio della stabilità, come avviene nel caso intendessi noleggiare un auto piuttosto che acquistarla) la fucina della precarietà, distruggendo le migliori energie giovanili e non, nella ricerca di personale a partita iva  diverse organizzazioni hanno contribuito ad “inventare” l’imprenditore-precario, colui che sviluppa il mercato da sé e viene pagato solo se a sua volta ha già contribuito alla remunerazione della struttura (che dice di assisterlo!).
  6. APPRENDIMENTO. L’aggiornamento si fa condividendo le esperienze sul campo; nei lavori a più elevata componente intellettuale lo sviluppo genuino e spontaneo delle relazioni interpersonali serve a creare un’intelligenza collettiva estremamente potente ed efficace, soprattutto nelle situazioni straordinariamente stimolanti o straordinariamente difficili.
  7. MOTIVAZIONE. Basta convention aziendali infarcite di falsa motivazione: occorre conoscere e rispettare i bisogni di autorealizzazione dei singoli. Nella fabbrica dei lavori intellettuali, sempre più presenti nella nostra società, occorre dar voce a chi è meno bravo, come il marketing ci ha insegnato a dar voce al cliente scontento, difficile o che non ha compreso bene il funzionamento del prodotto che gli abbiamo venduto.
  8. INVESTIMENTI. In un’economia dell’attenzione (scarsa) e della reputazione (rara), far utilizzare al cliente il nostro prodotto/servizio è più importante che vendere, perché ci rende più affidabili rispetto alla concorrenza e ci fa comunque vendere di più nel lungo termine. Ciò vale anche nella gestione interna: la politica degli annunci (nuovi strumenti, nuove iniziative, nuove politiche che non si concretizzano mai) è efficace al massimo nel breve periodo, ma serve solo a procrastinare la soluzione delle difficoltà.
  9. MARKETING. La crisi esiste se non si innova nell’offerta commerciale, nel marketing, nella comunicazione e se non si condivide il frutto della ricerca e sviluppo. Bisogna muoversi concretamente e coerentemente rispetto agli obiettivi affinché le persone possano capire come guadagnare una nuova stabilità, di cui ogni essere umano ha assoluto bisogno, e sensibilmente meglio per i più audaci e meritevoli: il web è il presente, il telefono la preistoria e i clienti appetibili (precursori, innovatori, sensibili) non si raggiungono col telefono.
  10. COMUNICAZIONE. La comunicazione orizzontale in ogni azienda va favorita, non ostacolata dall’ingombrante presenza di un capo: essa rappresenta l’unico modo per superare davvero le idee autolimitanti di qualche individuo, spinto più dal collega che da parole di roboante ottimismo piovute dal vertice. Il “va tutto bene” non serve se non è chiaro il perché.

C’è qualche aspetto nella tua azienda che somiglia a qualcuno dei punti appena descritti? Parliamone!

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QUALE LEADERSHIP PER QUALE ORGANIZZAZIONE https://www.giuseppesalvato.it/?p=173