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COMMIATO DALLA SCUOLA

Riporto l’articolo che pubblicai sul giornalino d’istituto nella primavera del 2003, ultimo mio anno d’insegnamento nella scuola secondaria superiore. Ancor oggi mi aiuta a riflettere…

Era il 19 settembre 1992 quando varcai la soglia dell’Istituto “Olivetti”, giungendo in quella che per me rappresentava solo una nuova realtà lavorativa. Provenivo da un percorso formativo e operativo fatto di sacrifici e di soddisfazioni, da anni trascorsi lontano dalla mia città e dai miei affetti, ma l’incominciare le lezioni appena due giorni dopo mi aveva caricato di entusiasmo e scrollato di dosso le fatiche precedenti.

Undici anni nella scuola, sempre la medesima, ti arricchiscono e ti maturano, da insegnante di contenuto a insegnante di metodo, soprattutto se sai essere disponibile al nuovo e sai percepire positivamente ciò che ti circonda: non sempre tutto fila liscio e spesso ho dovuto e voluto “confrontarmi” con situazioni e con coloro che avevano interessi personali che mi apparivano lontani dal bene collettivo, o più semplicemente con chi osservava con occhi ed esperienza diversa agli obiettivi istituzionali. Sicuramente mi ha sostenuto la forza di guardare lontano, cristianamente facendo piuttosto che cristianamente parlando. Non mi sono mai sottratto al raffronto, neanche quando si trattava di questioni di puro principio, che potevano non coinvolgermi direttamente, ed ho sempre assunto responsabilità (qualche volta non mie!) pagando di persona. Ma mi sento forte e ricco…

La ricchezza fondamentale mi è stata donata quotidianamente dai ragazzi. Certo, non è facile oggi affiancarsi a loro, ma sfido chiunque dica che è semplice vivere accanto ai propri figli! Una comunicazione continua fondata su principi comportamentali imprescindibili, anche se impopolari: li ho letteralmente amati ed incoraggiati, rimproverati e tartassati come se fossero miei figli (sempre più consapevole, purtroppo, che quasi tutto il lavoro era necessario svolgerlo a scuola) e, nonostante la fatica e talvolta la voce afona, sono sempre uscito dall’aula stanco, raramente scoraggiato, di certo sempre più ricco perché io per primo ero convinto e contento di ciò che andavo facendo, e i ragazzi lo percepivano!! Non nascondo il mio vanto quando racconto ad estranei increduli di alunni respinti (anche in quinta classe!), che l’anno appresso hanno proseguito con me e con spirito diverso i loro studi, e tutt’ora mi abbracciano incontrandomi per strada.

Tutti Voi, signori (dirigenti, colleghi, personale di segreteria, tecnico ed ausiliario), venite necessariamente dopo, e ringrazio coloro i quali mi sono stati più o meno vicino in questi anni: ognuno in cuor suo sa, anche se molti si sono trasferiti.

Ho scelto di andarmene, prima con il part-time di quest’ultimo anno, poi con una decisione drastica e allo stesso tempo improvvisa, maturata poco prima di Natale, per cogliere un’opportunità lavorativa che mi proietta nel passato e nel desiderio giovanile di una carriera aziendale.

Tutto, proprio tutto ciò che ho vissuto qui con Voi mi resterà nel cuore e nella mente, nella speranza di essere stato testimone attivo e di aver onorato il titolo di “professore”, educatore attraverso l’esempio.

Il più grande complimento ricevuto che io ricordi non appartiene alla mia vita scolastica, bensì a quella professionale. Proprio di recente un amico mi ha detto: “Beppe, quando chiedo qualche cosa a te sto tranquillo, qualcosa succede!”. Ebbene, spero che sia sempre stata percepita la mia concreta disponibilità e chiedo scusa a tutti se ho mancato: vogliate accettare la mia buona fede.

Se invece debbo ricordare un apprezzamento giuntomi dalla scuola, preferisco rammentare il giudizio di alcuni allievi di qualche anno fa: “Professore, a voi non manca mai il sorriso!”. Eppure, in un periodo in cui percepivo forte attorno a me la dissonanza tra le parole e i comportamenti di fatto, la torbida gestione del potere, pubblicai un ultimo, amaro corsivo sul nostro giornalino dal titolo “Il lavoro onesto”.

Molti gli episodi di questi anni, ma non posso non ricordare il mio impegno in Consiglio d’Istituto e nella Giunta Esecutiva, in una fase per me piuttosto difficile sia sul piano personale che lavorativo, nonché quale referente in Assindustria, co-estensore del primo P.O.F. e membro delle commissioni per i corsi post-qualifica. E a proposito di progetti, ci fu un periodo che viaggiavo sempre con un organo nel baule dell’auto: al primo accenno di autogestione/occupazione impegnavamo subito, con alcuni colleghi, gruppi di alunni in canti e rappresentazioni. Mi piace ricordare il progetto “Business Game”, in collaborazione con il Sole 24 Ore, e “Giovani e Cultura d’Impresa”, che è sempre rimasto monco nelle mie aspettative e al quale avrei potuto dare di più. Un impegno importante l’ho sempre rivolto alla ricerca, cercando di appassionare con lavori piuttosto complessi gli allievi delle classi quinte. I loro risultati migliori sono negli archivi dell’Istituto e nella biblioteca comunale, istituzione verso la quale ho mostrato attenzioni ed iniziative prima che la nostra scuola si arricchisse in proprio. Infine gli stages, e la pazienza nel gestire i ragazzi lontano da casa. Il lavoro per il lavoro, come occasione di crescita…

Nulla è rimasto come un tempo. E ciò è un bene: solo un corpo che vive si trasforma! Ma il cambiamento assume un sapore diverso se ogni attore nella scuola si sente a suo agio e protagonista.

Saluto caramente tutti, e in particolare i miei allievi ancora frequentanti l’Istituto nelle varie classi; spero di aver rappresentato per loro l’esempio di un buon maestro, seppur talvolta incomprensibilmente severo e talaltra inspiegabilmente debole.

Leggi pure: LA CONDIZIONE GIOVANILE TRA FORMAZIONE E DISPERSIONE SCOLASTICA https://www.giuseppesalvato.it/?p=176

PIU’ LIBERI PIU’ RIBELLI? EDUCARE I FIGLI https://www.giuseppesalvato.it/?p=660