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CRISI ECONOMICA O CRISI ETICA? IL MODELLO DELLE QUATTRO “I”

Della crisi se ne parla da tempo, perché è da tempo che ci attanaglia. Come gli allenatori di calcio che spuntano a migliaia durante i tornei sportivi, così si parla di ricette per uscire dalla crisi al bar, al mare, davanti alla TV (e all’interno dei programmi televisivi), a volte con un’eccessiva superficialità. Problemi complessi non possono essere risolti con strumenti semplici e in poco tempo. Togliamocelo dalla testa!

Ma non è certo questo un comportamento stigmatizzabile: le persone e le aziende sentono il fiato corto sulla propria pelle e vanno alla ricerca di rimedi e vie di fuga (in avanti). Un giorno, indossata anch’io la giacca di allenatore, ho fatto le seguenti considerazioni e mi sento di proporre il modello interpretativo delle quattro “I”, che fotografa uno stato di cose oramai consolidato nel nostro Paese:

I come ILLEGALITÀ

I come INGIUSTIZIA

I come ILLUSIONE

I come INCAPACITÀ

Ma procediamo con ordine, provando a schematizzare piuttosto che spendere fiumi di parole. Ogni pilastro del modello si dirama in più fattori, in corrispondenza dei quali nelle righe seguenti mi permetto qua e là di fare una considerazione, di porre un quesito, di suggerire qualcosa.

L’ILLEGALITÀ:

–          Crimine organizzato. Collusioni con strutture dello Stato che impediscono di contenere il fenomeno? Se ne parla da tempo…

–          Evasione fiscale/contributiva. Avete mai pensato che, meglio degli studi di settore, si potrebbero fare delle indagini a campione approfondite su ciascuna tipologia d’attività (presenziare una settimana in un bar/un’azienda) e poi confrontare il risultato di dati oggettivi di quel periodo di monitoraggio con le entrate dichiarate in futuro? La statistica è un metodo scientifico e permette di partire da dati concreti per poi procedere con corrette estrapolazioni. In 10 anni di campionamento riusciremo a far pagare le tasse a tutti?

–          Corruzione/concussione/legislazione confusa/conflitto d’interessi. Quest’ultima casistica la faccio rientrare in questa categoria poiché il gioco della coincidenza tra controllori e controllati è semplicemente un crimine nei confronti del buonsenso. E stessa considerazione faccio in merito alla produzione di leggi. A proposito di legislazione confusa la nostra, che è la patria del diritto, ha una capacità di produrre norme colabrodo e complicate che un abile avvocato saprebbe smontare ad uso e consumo dei privi di scrupoli: è proprio vero che con i deboli la legge si applica e con i forti s’interpreta (le galere, infatti, sono piene di rubagalline)!

L’INGIUSTIZIA:

–          L’incapacità/impossibilità di tassare le rendite finanziarie al pari di altre forme di guadagno. Mi chiedevo da tempo perché continuare a chiamare “atipici” quei titoli che non trovano specifica casistica nei nostri codici. E se ci fosse qualcuno che, volendo restare con le mani libere, spinge affinché tali strumenti finanziari non trovino adeguata regolamentazione legislativa? L’ingiustizia non si perpetra al di fuori della legge, ma al di sopra di essa!

–          Lo schiaffo cui soggiace in generale la politica di oggi ai poteri economici (occulti, perché la vera forza non ha bisogno di mostrarsi e sarebbe persino deleterio) non è la diretta conseguenza che troppe poltrone politiche sono ricoperte da “burattini” e ciò conviene ai “burattinai”? Che curriculum hanno i nostri politici? Quali risultati hanno saputo conseguire? Se debbo ricoprire un qualsiasi incarico, il più semplice, debbo affrontare una selezione: e in politica?

–          L’assurda sproporzione tra l’imposizione diretta a carico delle famiglie e quella cui soggiacciono le attività economiche, che complessivamente rappresentano una minima parte delle entrate tributarie nel nostro Paese. Lo spostare negli ultimi anni la tassazione dai prelievi diretti (legati al reddito) a quelli indiretti (ad es. legati ai consumi) su chi va a incidere? Chi ci illustra i risultati tangibili di queste riforme?

L’ILLUSIONE:

–          La carenza di politiche per lo sviluppo sembra seguire la falsariga della carenza delle politiche per la stabilità: se su queste ultime ogni categoria economica e sociale si chiede il perché si debba incominciare da loro, per le prime succede che le medesime categorie sociali rivendicano la priorità dell’azione legislativa di favore. Conoscete la storia della coperta troppo corta?…

–          Fenomeno tutto italiano è, poi, quello di aver risposto all’instabilità economica con la precarietà e non con la flessibilità: perché l’uso temporaneo di un’auto costa in proporzione di più del suo acquisto e l’utilizzo di personale temporaneo costa, viceversa, meno? E che dire del fatto che i giovani, le forze più fresche e nate in un contesto più prossimo al mondo in cui ci troviamo a prendere decisioni, siano relegati ai margini delle leve di potere (nel pubblico come nel privato)? E poi ci lamentiamo del loro scarso senso di responsabilità e dell’assenza di creatività e di nuove idee.

–          Gli oligopoli (assicurazioni, banche, telecomunicazioni, energia,…) hanno pilotato sin’ora l’economia italiana verso pessime liberalizzazioni, complice la politica: costi occulti a carico dei cittadini, complessità burocratiche, prezzi sostanzialmente alti rispetto al resto d’Europa. Si è permesso solo a pochi di guadagnare dove lo Stato prima ci rimetteva.

–          Il liberismo economico, imperante dagli anni ’80, ha messo a tacere le componenti della società più deboli, col risultato che negli ultimi decenni le differenze tra i ricchi e i poveri si sono ampliate, sia in Italia che tra i Paesi ricchi e quelli poveri. È fallito il comunismo (meno male), ma nessuno osa dichiarare il fallimento di questa forma di capitalismo rampante e dalle mani sempre più libere? La libertà di produrre ricchezza ha mercificato molti aspetti della nostra vita senza che tale ricchezza sia andata a vantaggio di tutti: il progresso tecnologico è visibile, quello sociale molto meno! Siamo diventati una società più egoista, opportunista e individualista: chi sta bene è persona capace, tutti gli altri possono marcire (basta che acquistino i beni prodotti dai “capaci”)… Le rivolte sociali degli ultimi tempi in Europa ci dimostrano che queste forme di protesta non appartengono solo al sottosviluppo degli altri continenti.

L’INCAPACITÀ:

–          Inefficienze e sprechi della pubblica amministrazione. Chi paga davvero in Italia? Che potere hanno le autorità di controllo?

–          Carenza di un management competente e capace di avere una visione ampia del futuro negli enti pubblici, territoriali e non. Come vengono selezionati i dirigenti, se sino a poco tempo fa le carriere erano determinate dall’anzianità di servizio (e non solo)?

–          Irresponsabilità diffusa. Si lavora troppo spesso negli uffici preoccupandosi di avere le “carte a posto”, senza domandarsi dell’efficacia e delle ricadute di determinate attività/decisioni, soprattutto nella pubblica amministrazione. Come scardinare i meccanismi che amplificano l’irresponsabilità, premiando chi ha voglia di assumersi i rischi di una decisione?

Forse ci sarebbe da aggiungere altro. Ma tant’è. Chiedo ai lettori se questo stato di cose ci ha condotto verso una democrazia compiuta oppure no! Ci hanno insegnato che il diritto di voto è un diritto/dovere costituzionalmente tutelato: vero! E ci hanno insegnato che non partecipare alla vita politico-amministrativa del proprio Paese, almeno con l’espressione di voto, significa essere “qualunquisti”, perché si spreca un’occasione per far sentire la propria voce. Concludo, allora, ponendomi una domanda: chi sono i veri qualunquisti, i non votanti ovvero tutti quelli che, e non sono in pochi, votano per interessi squisitamente personali (voto di scambio, favoritismi, voti “comprati”)? Ad essere giudiziosi si dovrebbe rispondere: entrambi…

È una “semplice” crisi economica o molto di più?

Leggi pure: L’OMICIDIO DEL COMUNISMO E IL SUICIDIO DEL CAPITALISMO https://www.giuseppesalvato.it/?p=411

ECONOMIA, POLITICA E POTERE https://www.giuseppesalvato.it/?p=358