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“DICA 33”: EVOLUZIONE DELLA SPECIE

Presento gli stralci iniziali e le conclusioni di una mia relazione pubblicata recentemente nella collana QUADERNI DEL FILEREMO. Il centro regionale di bioetica Fileremo è un’associazione perugina di promozione sociale a carattere scientifico. Il quaderno e, nello specifico, il mio intervento, si incentrano sulla relazione tra medico ospedaliero e paziente, e come questa si sia evoluta nel tempo.

“Parlare attorno al delicato tema della relazione tra personale sanitario e paziente può risultare noioso e inutile -secondo molti non c’è soluzione migliorativa, per come girano le cose-, ovvero talmente soggettivo da fare invidia all’immagine di migliaia di tifosi che si trasformano in abilissimi allenatori di calcio della squadra del cuore: tutti prodighi di soluzioni efficaci; tutti che ostentano ricette sicure, magari suggerite attraverso il buco della serratura con cui ciascuno di noi osserva questo complesso mondo. Eppure, questa relazione si è profondamente trasformata in pochissimi decenni e costringe ad una riflessione profonda sia il medico che tutto il personale sanitario con cui entra in contatto il cittadino-paziente. “Dica 33”, incipit del classico esame obiettivo del medico condotto, e non solo, che conosceva il carattere e le abitudini di ogni suo assistito e con cui umanamente si soffermava, appartiene alla preistoria al pari di tante sfumature relazionali oramai desuete, dal condominio alla fabbrica. Ma oggi, con che cosa abbiamo sostituito l’antico e fantomatico approccio?

ABSTRACT

Comunicare è tra i primi atti vitali di ogni essere umano ma anche, per molti, tra i più trascurati nelle varie fasi dell’esistenza. Le abitudini e i luoghi comuni hanno spesso il sopravvento e le capacità critiche e di analisi rischiano di piegarsi a opportunismi e contingenze. E quando ci proiettiamo e ci relazioniamo nei luoghi di lavoro, spesso lasciamo a casa l’ingrediente che è alla base della reale efficacia della comunicazione: l’empatia.

Luogo di lavoro significa continuo confronto con capi, colleghi, professionalità diverse nonché destinatari che si giovano del nostro impegno: i cittadini. Sì, prima di chiamarli pazienti, utenti e, più di recente, clienti -come altrimenti definire colui che fa richiesta di un intervento voluttuario di chirurgia estetica?- il cittadino vive di una propria consapevolezza, frutto dell’evoluzione sociale e culturale di cui è necessario sempre più tener conto, se vogliamo comprendere il riequilibrarsi del rapporto tra operatore sanitario, in specie il medico, e beneficiario dei servizi socio-sanitari.

Pertanto nella complessità odierna, condizionata dagli indirizzi politici ma anche dalla tecnologia e da esigenze economiche, occorre imparare a “fare il professionista”: in passato le competenze e l’esperienza rappresentavano tutto ciò che serviva; oggi le abilità relazionali consentono di convogliare efficacemente questo “tutto” verso i naturali destinatari e, mi viene da sottolineare, con reciproca soddisfazione. Ecco, forse il segreto sta proprio in questo: comunicare bene cambia la vita, del cittadino e del professionista, che si sente così riconosciuto nel suo impegno verso i risultati attesi.

TIRIAMO LE SOMME

Cerco, in conclusione, di addivenire a pochi ma chiari assunti:

  1. competenze e deontologia non sono sufficienti: al giorno d’oggi imparare a fare il medico o, più in generale, l’operatore sanitario, nel mentre c’è da affrontare le accresciute istanze e necessità d’informazione dei cittadini-pazienti, significa migliorare assiduamente le proprie capacità relazionali;
  2. lo scarso tempo a disposizione rispetto alle incombenze, o altri luoghi comuni, non giustificano l’assenza di empatia. I nostri atteggiamenti sono plasmabili ed è giustificativo parlare di “carattere”: “Io sono fatto così…”, “La mia esperienza mi dice…” rappresentano delle autentiche trappole di rigidità comportamentale in cui ci ingabbiamo da soli;
  3. l’approccio al cittadino-paziente si impara già da studenti nelle aule e nei reparti universitari, grazie a professori aperti e sensibili, oltre che capaci. La tecnologia e le innovazioni scientifiche non sono dei sostituti della buona comunicazione interpersonale;
  4. le modalità di comunicazione non verbale -postura, sguardo- e paraverbale -tono di voce, pause-, che danno significato alle parole, sono decisamente più importanti della comunicazione verbale -ciò che si dice-. Le domande aperte sono decisive in qualsiasi colloquio che abbia valore;
  5. migliorarsi nell’arte della comunicazione significa prendersi indubbiamente cura di se stessi e della propria serenità d’animo, stimolare la gratitudine del soggetto allettato e, più in generale, del paziente attraverso un sincero interesse nei suoi confronti in quanto persona e, conseguentemente, incrementare il grado di motivazione con cui si affronta l’impegno professionale quotidiano. E scusate se è poco.

Comunicare bene è come il respirare correttamente; se associassimo l’espirazione al parlare e l’inspirazione all’ascoltare, non avremmo dubbi: per non andare in affanno dobbiamo equilibrare la parola proferita con l’ascolto, che va ben oltre il sentire perché è anche manifestazione della volontà di osservazione. Buona comunicazione a tutti!”

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