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“FACILE” E “SEMPLICE”, PAROLE DIFFICILI E COMPLESSE

Un pensiero semplice e una cosa semplice sono tali perché oggettivamente elementari, non ulteriormente scomponibili. Un pensiero facile e una cosa facile, viceversa, sono tali solo in funzione di chi ha a che fare con essi: ciò che è facile per me può non esserlo per te.

Per unire due punti nel modo più breve basta tracciare una linea diritta tra essi: facile, cioè ovvio, intuitivo, alla portata di tutti. Ma per poter dire che tra due punti passa una sola retta occorre scomodare i principi matematici: semplice, ma solo conoscendo un po’ la materia…

A complicare ulteriormente le cose c’è il comune sentire: a tal proposito qualcuno ha fatto notare che gli aggettivi “semplice” e “facile” sono sinonimi, eppure c’è un abisso di differenza tra una donna semplice ed una donna facile…

Ce n’è abbastanza per dire che ciò che appare facile non è detto che sia semplice. Può anche definirsi “facile” tutto ciò che IO riesco ad affrontare e tutto ciò che sembra essere pensato per me ed è a mia misura; mentre “semplice” è tutto ciò che qualcuno fa perché TU possa pensare ed affrontare una realtà che sia alla tua portata. Il “facile” si riceve, il “semplice” si propone. Il “semplice”, insomma, è un lavoro!

Quindi, per rendere semplici i pensieri e le attività per gli altri dobbiamo fare in modo che prima di tutto siano facili per noi, e ciò vale per tutti coloro (formatori, tecnici, leader naturali, progettisti, ecc…) i quali concepiscono un’idea o qualcosa a vantaggio e utilità di altri.

La differenza tra i due termini la si comprende anche osservandone gli opposti: il “facile” trova il suo contrario nel “difficile” (complicato, che richiede fatica, impegno, competenza. In azienda è roba da manager) e il “semplice” nel “complesso” (non univoco, costituito funzionalmente da più elementi, che richiede creatività e volontà di rischiare. In azienda è roba da leader). Ma perché raggiungere la semplicità non è affatto facile, né scontato?

La semplicità si ottiene con l’impegno: più si è competenti meglio ci si spiega o si realizza; più si ha contezza di un obiettivo e più chiaramente si definisce una strategia. Ma la semplicità significa pure aprirsi alla comprensione altrui e, quindi, alle critiche. In definitiva, la semplicità è una bella responsabilità, perché esclude il complicato, l’incerto, l’ambiguo, il contradditorio (E. Morin, 1982), induce delle scelte e, pertanto, la necessità di motivarle assieme a tante, tante possibilità di sbagliare.

In definitiva, il rischio di confondere il semplice con il facile è sempre in agguato: le cose pensate e realizzate da altri (compreso ogni forma di successo) ci paiono facili, ma non per questo debbono essere necessariamente semplici. Quindi, possiamo associare l’impressione del facile anche ad una certa superficialità di giudizio… Solo la disciplina, il miglioramento continuo, la perseveranza ci possono condurre sulla via della semplicità; non possiamo sperare che la vita ci spiani la strada e ci renda facile tutto ciò a cui ambiamo.

Ecco, la via facile ci deresponsabilizza, al contrario della strada semplice…

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