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GENERAZIONE DI FENOMENI

È indubbio che davvero in pochi, solo dieci anni fa, avrebbero ipotizzato quello che la farmacia oggi sta vivendo. Valutazioni aziendali “ottimistiche”, vitalizi “importanti”, vacanze “lunghe” e spese “facili” erano la norma. Miopia? È tuttavia semplice oggi sparare sulla Croce Rossa…

Pertanto, dobbiamo letteralmente sfidare il tema della rinascita da un diverso punto di vista. Se tu, caro titolare, hai affrontato il difficile confronto con te stesso, sei già a buon punto; hai corretto qualche cattiva abitudine e incominci ad analizzare i numeri che riesci ad ottenere attraverso la tua attività. Ma adesso c’è un’altra parte di te che sta reclamando: la tua famiglia. Cosa ne pensi se ce ne prendiamo cura da un’ottica lungimirante e di respiro strategico?

Traggo spunto dall’esperienza diretta “sul campo”, da quanto ho scritto nell’ultima, recentissima pubblicazione (www.farmacistidisuccesso.it) e da uno scambio di mail avuto con un titolare, genitore di una laureanda da indirizzare nella difficile scelta circa il proprio futuro, che mi ha stimolato e ha condiviso con me alcuni concetti che riporto di seguito. Il tutto è nato dal mio articolo “Paure & Debiti”, apparso sul n. 6/2012 di Nuovo Collegamento, testata di UTIFAR (associazione di farmacisti), che ha avuto una certa eco, riscontrata dalle mail ricevute.

Incomincio dal titolo di questo articolo. Perché “Generazione di fenomeni”? Bene, attingendo dall’etichetta che definiva la mitica squadra italiana di volley, dominatrice nel mondo  durante gli anni ’90, e dal titolo di una bella canzone degli “Stadio”, la locuzione mi è sembrata adatta a rappresentare la qualità e la sfida cui sono chiamate le future generazioni di farmacisti (titolari e non solo). Il mondo è mutato troppo velocemente e solo un “fenomeno”, appunto, saprà recuperare, reindirizzare, posizionare, caratterizzare la propria immagine e la propria attività nel prossimo futuro. Abbiamo bisogno di un approccio più creativo (un “fenomeno” non somiglia e non vuol somigliare a nessuno!) e la farmacia, come qualsivoglia azienda, dovrà sempre più far leva su quelle forze di giovani professionisti che stanno crescendo e si stanno formando nell’odierno contesto ambientale. D’altronde vivono e si formano in un mondo diverso dai loro genitori e questo consente di non concepire o di liberarsi velocemente delle vecchie abitudini, oggi perniciose per la sopravvivenza della farmacia italiana.

È vero che un imprenditore o un professionista tende a non andare mai in pensione. Per molti è duro smettere all’improvviso di fare ciò che ha tenuto impegnato decenni della propria vita. Anche quando si può tranquillamente passare il testimone si torna sul “luogo del delitto”, in quegli spazi dove è rimasto il proprio cuore. D’altro canto nel lavoro come nella vita i contrasti generazionali sono la naturale relazione tra genitori e figli: non vale solo a livello adolescenziale. E dopo un periodo di inserimento del figlio/a in farmacia e di adattamento, la cosiddetta “esperienza”, ecco sorgere i primi conflitti su aspetti e decisioni gestionali. Voglio dirti subito che tuo figlio lo vedrai responsabile affidandogli responsabilità, non spiegandogli il da farsi o standogli vicino per osservare come si comporta (che è un atteggiamento comprensibile, ma che non aiuta di certo!).

È sufficiente, però, osservare in essi un atteggiamento responsabile? No. Quale ulteriore fattore permetterà ad un genitore di discernere sul da farsi? Occorre preliminarmente qualche altra considerazione; pazienta un po’ prima di leggere l’ultima parte dell’articolo e nel frattempo ritengo interessante quanto Manfred F.R. Kets de Vries, nel suo volume L’organizzazione Irrazionale, afferma con forza: Spesso dimentichiamo che a teatro, se la commedia non ci piace, ce ne possiamo andare. Questo vale anche per le commedie aziendali: non siamo obbligati a partecipare, abbiamo sempre la possibilità di andarcene. Nella vita aziendale è importante mantenere la propria individualità evitando di essere spazzati via dalle forze che ci tolgono la capacità di giocare e di essere creativi. In ultima analisi, salute mentale significa possibilità di scegliere.

Ma non è solo “colpa” di un genitore pervasivo, che le tenta tutte per andare avanti, forte di un’esperienza edificatasi in un mondo che non c’è più (proprio così…). Mi è capitato, infatti, di vedere figli quarantenni ubbidire, silenti e borbottanti, anche quando il genitore titolare non ce la faceva fisicamente a trascorrere un’intera giornata dietro al banco! Ma assumersi responsabilità… niente! Sovviene naturale qualche quesito le cui risposte servono a spazzare via ogni dubbio: qualcuno ha esagerato nello spingere i figli a laurearsi in farmacia senza prevedere per tempo un corretto passaggio di consegne? E che dire di quei casi in cui la laurea giunge con molto comodo, tanto alle spese quotidiane ci pensa papà (o mamma)? Lascio a te ogni considerazione e nessuno di noi si senta giudice in casa altrui; sono solo alcuni esempi di storture derivanti da condizioni di legittimo benessere. Sto cercando di dirti che i comportamenti e le decisioni genitoriali lasciano il segno e per sempre, nel bene e nel male…

Un uomo saggio disse una volta: quando arrivi all’ultima pagina, chiudi il libro (proverbio cinese). Dobbiamo, quindi, metterci di fronte allo specchio e sostenere la principale “battaglia”, quella con noi stessi (vale per me, vale per te, vale per tutti). Se non affrontiamo la nostra coscienza, rischieremo di rendere inapplicabile tutto il resto e apriremo la porta a chi vorrà strumentalizzarci per fini che difficilmente torneranno a nostro vantaggio. Siamo consapevoli che un tempo a trent’anni si era di norma già genitori e che, risalendo i secoli, addirittura a vent’anni si conquistava il mondo (ad es. Alessandro Magno)? E noi oggi cosa facciamo? Nell’era più evoluta e con i più grandi e variegati mezzi a disposizione, releghiamo i nostri giovani a ruoli operativi “disegnati” per funzionare in epoche tramontate e, lasciamelo dire, inespressivi della carica motivazionale di cui sono dotati. Il tutto giustificato dall’assenza di esperienza: una follia…

Ed ecco, così, la mia personale valutazione circa i punti di osservazione attraverso i quali formarsi un’idea sui propri figli nella risposta accorata a quel farmacista che, naturalmente frastornato non tanto dalla pletora di specializzazioni post-universitarie, quanto dal contesto in cui noi tutti viviamo, mi ha chiesto di recente un pensiero circa il prossimo futuro formativo/professionale della figlia. Non conosco questa persona ma, dal suo gradimento, mi sono sentito autorizzato a condividere con te lettore il mio punto di vista, che riporto pressoché integralmente.

Gentile dottore, innanzitutto la ringrazio per gli apprezzamenti e per essermi meritato una domanda che, evidentemente, riguarda i suoi affetti più grandi. Non ne sono degno, ma provo a darle un mio parere spassionato.

Mi occupo ogni tanto di orientamento dei giovani, diplomandi e laureandi, che obiettivamente hanno dalla loro il fardello di una complessità economico-sociale inimmaginabile ai nostri tempi e, per contro, una risposta del sistema formativo eccessivamente parcellizzata e non sempre di qualità. In un’intervista radiofonica Giacomo Vaciago, noto economista, affermò che non è tanto importante quello che studi ma come lo fai. Approvo e intendo con questo dire che gli atteggiamenti di una persona (vale ovviamente anche nel lavoro) vengono prima e sono più importanti delle competenze: se hai affinato gli atteggiamenti giusti impari più velocemente e ti adatti al nuovo; se sei solo competente puoi vivere o lavorare in una stanza… da solo!

A quali atteggiamenti mi riferisco? Beh, a titolo di esempio alla determinazione, ma anche all’empatia, all’umiltà e alla facilità relazionale; ovvero alla predisposizione all’innovazione. Purtroppo non c’è nessuna scuola che si occupa di ciò e nella mia attività professionale valuto questi aspetti nelle aziende prima di ogni altro intervento! Se lei è un titolare di farmacia, può immaginare gli effetti devastanti che possono manifestarsi a seguito dell’inserimento di un figlio/a in un gruppo di lavoro, magari già consolidato e affiatato: purtroppo se possiamo imparare a FARE gli imprenditori, per contro non c’è nessuna scuola che ci insegna ad ESSERE imprenditori, cioè persone che sanno guadagnarsi la leadership riconosciuta dal basso! La faccio breve, per dirle che ritengo la scuola da lei citata degna della massima considerazione… ma mi consenta un’ultima nota: ha chiesto o ha scoperto cosa sua figlia intende fare “da grande”? Quali sono le sue mete/ambizioni? Sto parlando di ciò che sua figlia ha chiaramente esplicitato, non delle sue personali considerazioni in qualità di genitore. Questo è della massima importanza e ne derivano le seguenti conseguenze:

1. sua figlia può avere le idee chiare, allora saprà declinare correttamente nella vita corrente (salvo atteggiamenti negativi) tutto ciò che studierà domani;

2. sua figlia ha ancora le idee confuse, ma ha qualità umane che la rendono facile all’interazione con altre persone. La faccia studiare e, potendolo fare, le dia qualche incarico operativo magari non totalizzante il suo tempo extrascolastico; la focalizzi su obiettivi specifici in modo da abituarla a prendersi delle responsabilità crescenti consentendo a lei, nel contempo, di trovare una propria strada che la motivi appieno;

3. sua figlia ha le idee confuse ed è pure saccente (me lo consenta, ma è la casistica!): non avrà certo bisogno di un altro titolo di studio, che rafforzerebbe l’atteggiamento da “lei non sa chi sono io!”, ma di alcune “lezioni di vita”, così da aiutarla a modificare alcuni punti di vista una volta e per sempre. La “vita” è quella lungo la strada, dove incontri casualmente altre persone, non il tempo trascorso in un’aula accademica.

Concludendo, prova a mettere assieme gli spunti di queste pagine. Li riassumo:

  1. Ti sei messo in discussione?
  2. Ti spaventa immaginare un’attività economica completamente differente rispetto a quella nella quale hai vissuto e che necessita di strumenti e atteggiamenti assolutamente diversi?
  3. Sai dare spazio e delegare responsabilità alle nuove generazioni?
  4. Imponi il tuo modo d’essere o assecondi la naturale tendenza di tuo figlio/a?
  5. Attraverso quali criteri ne osservi la crescita?
  6. Tuo figlio/a necessita di ulteriore specializzazione o, piuttosto, di un confronto su atteggiamenti che, portati in farmacia, potrebbero creare qualche conflitto (con te e/o col personale)?

Credo che noi siamo la prima generazione di genitori che non potranno lasciare ai propri figli qualcosa che abbia un senso compiuto, un’azienda o una professione con forti punti di stabilità. Pazienza. Basta piangersi addosso. Spero, però, che tu possa avere elementi aggiuntivi per guardare con occhi fiduciosi al futuro. Forse hai vissuto proprio tu da novizio il tuo passaggio di consegne con lungimiranza o, forse, sei stato testimone/attore di qualche errore: provvedi quanto prima a non replicare i secondi sapendo che lasci un’auto in corsa, dove non c’è tempo ma non è addirittura necessario dover spiegare ai giovani il significato di tutte le spie del cruscotto. Sono svegli e meritevoli della tua fiducia; è l’unica cosa che ti chiedono. Impareranno strada facendo, secondo necessità. Se tu non sai come fare, loro sì, perché sono liberi da abitudini e idee preconcette. Vivono come naturale la competizione e hanno gli stimoli ambientali per diventare una “generazione di fenomeni”!

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FARMACIE & FARMACISTI – ovvero: nulla resta uguale a se stesso https://www.giuseppesalvato.it/?p=135