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IL LAVORO RENDE FELICI? RIFLETTIAMOCI SU…

Occupiamo una gran parte del nostro tempo impegnati nel lavoro non solo alla ricerca del giusto sostentamento economico ma per realizzarci come individui, capaci di apprendere competenze, di sviluppare relazioni e desiderosi di essere riconosciuti. E il lavoro è prezioso, appunto, perché può darci tutto questo, simultaneamente.

Visto così, quindi, dovrebbe essere un buon affare per ciascuno di noi. Ma è sempre vero?

Purtroppo il delicato equilibrio tra guadagni raggiunti, competenze acquisite, relazioni sociali instaurate e riconoscimenti ottenuti non è uguale per tutti e non è per ciascuno sempre lo stesso. Perché?

Se proviamo ad analizzare dapprima i guadagni, viene subito in mente la considerazione di come il livello assoluto raggiunto sia solo una mezza verità, che spiega la soddisfazione percepita; l’altra sta nel rapporto tra i nostri guadagni e quelli dei nostri colleghi. Anzi, quanto più questo aspetto tocca maggiormente la nostra emotività, tanto più essa ha un peso crescente sul livello di appagamento avvertito. Le parole chiave che a tal proposito incidono sulla nostra felicità sono EMOTIVITÀ e COMPARAZIONE.

Anche sulle competenze che si acquisiscono vanno fatte  le giuste considerazioni. Sono quelle tanto desiderate oppure abbiamo imparato a fare un lavoro che però non ci dà stimoli? La velocità con cui si acquisiscono è quella giusta per noi o è troppo lenta/veloce? Cresciamo seguendo un leader o autoapprendiamo? Come si può notare abbiamo almeno tre elementi su cui riflettere: ciascuno di essi aggiunge o toglie un tassello alla nostra felicità e, per di più, interagisce con tutti gli altri. Le parole chiave che in questo caso dobbiamo prendere in esame sono STIMOLAZIONE, VELOCITÀ e LEADERSHIP.

Riguardo alle relazioni sociali instaurate, è indubbio che l’uomo difficilmente possa farne a meno: è così che il sentirsi bene in mezzo agli altri e il respirare un favorevole clima aziendale rappresentano fattori da cui dipende una parte importante della nostra motivazione e della nostra produttività.  Il “clima” è un luogo artificiale che si costruisce pazientemente: i nostri capi e tutti coloro i quali ci hanno preceduto hanno lavorato per se stessi o per il gruppo? E il nostro modo di percepire l’ambiente ci sta aiutando o rendendo difficile il delicato percorso di piena integrazione? Come si stanno comportando con noi i nostri colleghi? Esprimerci sinceramente su questi interrogativi aiuta ad aprire (e talvolta a chiudere velocemente, prima di risentirne troppo!) un mondo di possibilità, che possono aiutarci nel predisporci nel modo più proficuo all’arricchimento umano, misurato dalla capacità di accettare gli altri e di ricevere qualcosa da tutti, affinché si possa donare a tutti. Proprio così, dal modo in cui riceviamo impariamo anche la strada migliore per donarci agli altri. Le parole chiave per la nostra felicità? È presto detto: DISPONIBILITÀ, PERCEZIONE e COMUNICAZIONE.

E passiamo al punto relativo ai riconoscimenti ottenuti. Anch’essi valgono nella misura in cui sappiamo accettarli, farli nostri e inglobarli in un’umanità che arricchisce tutti coloro i quali vengono a contatto con noi.

Ci alimentiamo di apprezzamenti sinceri in quanto persone, a prescindere da dove provengano e da quale ruolo rivestiamo in azienda. Ma come gli incentivi in denaro non servono verso coloro i quali non sono predisposti ad accettarne i motivi di fondo, così vale per i riconoscimenti: verso chi è sordo, meglio evitarli (ed evitare loro!). Anche in questo caso, però, c’è il risvolto della medaglia: chi ci dà riconoscimenti? E per quale motivo, manifesto o recondito? Ne riceviamo nella “giusta” quantità e al momento opportuno (cioè proprio quando ce l’aspettiamo per qualcosa di ben fatto)? Non ci suoni strana la considerazione che anche questi fattori condizionano notevolmente lo stato d’animo col quale ci alziamo la mattina e andiamo a lavorare! Attenzione, quindi, alle parole chiave che ci avvicinano alla felicità: RICETTIVITÀ, MOTIVAZIONE, TEMPESTIVITÀ.

Nonostante il comune sentire, alimentato ad arte dalla società dei consumi, dell’immagine e delle apparenze, quando affrontiamo la vita lavorativa, a causa della modulazione con cui si presenta ciascuna delle quattro prospettive (guadagni, competenze, relazioni e riconoscimenti) influenti il nostro stato d’animo, ci accorgiamo che un buon livello economico raggiunto non è il solo elemento attraverso il quale giudichiamo il nostro lavoro un “buon affare” per noi stessi. E neppure il più importante…

Leggi pure: SERVIRE, NEL LAVORO E NELLA VITA https://www.giuseppesalvato.it/?p=705

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