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LA CONDIZIONE GIOVANILE TRA FORMAZIONE E DISPERSIONE SCOLASTICA

Dal volume da me curato assieme all’amico Raffaele Ciccarelli La condizione giovanile tra formazione e dispersione scolastica: il caso Foggia, edito nel 2000, traggo i seguenti spunti.

UNO SCENARIO DI RIFERIMENTO

Mi piacerebbe iniziare questo mio intervento sulla base di saperi scientifici, come hanno fatto egregiamente i relatori della mattina. Da insegnante, porto invece la mia esperienza sul campo, peraltro consolidatasi in un decennio di attività proprio nel comune di Orta Nova, presso l’Istituto professionale “A. Olivetti”.

Tutti gli operatori, scolastici e sociali, e tutti i genitori percepiscono le pseudo-certezze che oggi accarezzano la nostra esistenza e quella dei ragazzi, affascinati da fantastiche realtà “virtuali”. Ci piaccia o no, il “mercato” crea ad arte prodotti ed esperienze e li mercifica attraverso i canali di comunicazione di massa, con il contributo di esperti della persuasione e psicologi che, attraverso il nostro metro giudicante, se lavorano per le imprese possono apparire “cattivi”, mentre se operano nel sociale sembrano sicuramente più “buoni”.

Ciò non è ovviamente vero; è però vero che le organizzazioni nelle quali tutti noi esplichiamo qualsivoglia attività lavorativa condizionano con i loro obiettivi e la loro cultura il nostro modo di agire, e la nostra professionalità è al servizio dei nostri committenti o datori di lavoro.

Quindi, sgombrato il campo da ogni etichettatura ed evidenziata l’assoluta relatività spazio-temporale dei fenomeni del nostro tempo, perché una simile premessa?

A me sembra che sia imprescindibile un esame ambientale per capire cosa sia, in buona sostanza, la dispersione scolastica; effetto e non causa di ben altri e più complessi problemi che si pongono sicuramente all’esterno delle mura scolastiche. E facendo ciò, ci accorgiamo solo oggi che i giovani vivono la globalizzazione magari senza comprenderla, dandola per scontato; noi, invece, ci sforziamo di comprenderla ma spesso ci rifiutiamo di viverla (almeno nei suoi lati positivi: si pensi alle premesse e alle implicazioni tecnologiche del nostro mondo). D’altronde, quanti insegnanti nel proprio tempo libero si “istruiscono” al nuovo, si professionalizzano alla ricerca di nuove forme di dialogo con i propri ragazzi?

Attenzione: la globalizzazione è vecchia di un secolo e può farsi risalire allo sforzo delle grandi aziende (poi divenute multinazionali) di uniformare i gusti e le tendenze, quindi le culture, di molte parti del pianeta per garantirsi grandi volumi di vendita. Ma tale fenomeno oggi si avvale della televisione e, da pochi anni, di internet per arrivare il più velocemente possibile nelle nostre case, nei nostri pensieri quotidiani… E chi meglio e più facilmente condizionare se non i ragazzi e i bambini, i quali vivono emulando gli altri e, in un’economia di benessere qual è la nostra, rappresentano il vero motore dei nostri acquisti?

Dal canto suo la “disintermediazione formativa” vissuta dalla scuola è una realtà, prim’ancora della diatriba tra istruzione pubblica e privata. Esistono, cioè, numerose agenzie formative (la stessa televisione) che surrogano il sapere e i modi di agire degli adolescenti e dei più piccoli grazie al minor sforzo che l’immagine consente, rispetto all’acquisizione attraverso la lettura, la comprensione e la rielaborazione personale.

E i genitori? Il “buonismo” educativo, il permessivismo (tanto abbiamo i soldi per cedere ai piccoli ricatti di una “gioventù benestante”) in ambito familiare come in quello scolastico, vissuti in un contesto caratterizzato da una complessità crescente e dispersiva, tipica della società in cui viviamo, ci appaiono sempre più come elementi costanti e fattori distraenti della quotidianità di ciascuno.

Di fronte alle maggiori e più pressanti responsabilità genitoriali si cerca, nel migliore dei casi, di delegare (alla scuola, alla palestra, all’associazione, alla stessa televisione…) la gestione del tempo, quindi l’educazione dei nostri ragazzi.

In tali scenari di opulenza economica e di contestuale impoverimento di valori individuali (vorrei dire di “collettivismo culturale”, di deleterio uniformismo), per il ragazzo si restringe l’ottica per valutare il servizio scolastico in quanto essenziale per la sua formazione di uomo e tende a “disperdersi”, cioè non necessariamente ad abbandonare la scuola, ma anche a frequentarla irregolarmente, ad impegnarsi poco, a partecipare senza voglia né interessi, perché “là fuori” c’è la vita, più interessante, più accattivante.

 

LE DISPERSIONI SCOLASTICHE: IL RUOLO DELLA FAMIGLIA

Il divario, ancora esistente, tra un ormai buon inquadramento sistemico del problema specifico della dispersione scolastica e una cronica difficoltà operativa, organizzativa sul territorio e relativa alla gestione di idonei supporti informativi e banche dati aggiornate, alla disponibilità di risorse finanziarie e umane adeguate, al difficile coordinamento tra istituzioni diverse, fa risaltare l’iniziativa singola, il progetto isolato che talvolta è condotto senza opportune professionalità, che paradossalmente si… disperde, una volta terminato, e riemerge solo se vi è continuità nell’attività dei singoli operatori.

Vero è che l’imprevisto nell’azione è più la norma che l’eccezione, e le strutture pubbliche non sono attrezzate, la burocrazia stride con l’emergenza…

Ma occorre sottolineare con forza che la dispersione non è un problema del singolo ragazzo e della sua famiglia, bensì un’esperienza negativa vissuta dalla comunità locale e nazionale. E di dispersione scolastica non si parla nei villaggi africani, ma nelle nostre città occidentali, opulente, a dimostrazione del fatto che il fenomeno non è (o non è più) legato a peculiari condizioni economiche familiari, né a limitazioni culturali, poiché è dimostrato che tale problema attraversa tutti gli strati sociali, indistintamente.

Allora è essenziale allacciare un rapporto attivo con le famiglie! La scuola rappresenta un’agenzia che deve sempre più conoscere il proprio territorio e integrarsi nel sistema socio-assistenziale a favore dei minori. Sì, perché solo in termini di “sistema” si può affrontare tale piaga.

La famiglia deve essere educata alla collaborazione attiva con la scuola, sin dai primi anni di istruzione; primo, perché possa fornire informazioni che attivino o riorientino il processo educativo; secondo, perché possa produrre azioni propedeutiche di recupero disciplinare e di controllo dell’attività domestica (di fondamentale importanza, dato l’elevato valore formativo della riflessione e rielaborazione personale fatta a casa, tra mura amiche e nel rispetto dei propri tempi); infine perché possa essere catalizzatrice della qualità del servizio offerto dalla stessa istituzione scolastica.

Tuttavia è errato intendere la dispersione come fenomeno che riguarda chi abbandona la scuola: esistono tante dispersioni: delle esperienze svolte, delle metodiche tra i diversi gradi dell’istruzione, del sapere accumulato, con discipline che scompaiono e inutili ripetizioni nel corso degli studi, la dispersione istituzionale, attraverso una pletora di sperimentazioni o innovazioni concentrate solo su alcuni cicli scolastici, quella che interessa direttamente le energie di singoli insegnanti e studenti.

Su tali anomalie urge una riforma scolastica che oltre ai cicli, detti standard organizzativi minimi che ogni istituto deve impegnarsi a garantire.

 

IL RUOLO DEI DOCENTI

È assodato che il ruolo dell’insegnante sia cambiato e stia ancora modificandosi secondo modalità accelerate, ma molti di noi non accettano tali novità o ne hanno una visione personale e, talvolta, utilitaristica. Bisogna continuamente rimettersi in gioco rivedendo i modelli di razionalità adottati: ciò costa fatica, elaborativa ed emotiva, ma conduce non allo spontaneismo dell’azione sociale bensì alla prassi della progettazione e della programmazione in itinere. Le decisioni, pertanto, possono e debbono venir prese senza attendere che tutta l’informazione rilevante venga accolta e analizzata, magari prevedendo il supporto di nuove figure professionali nella scuola.

Ricordiamoci, infatti, che acquisita una laurea specifica e superato un concorso a cattedra, nessuno mai ci ha dato elementi formativi “forti” sulle tematiche psico-pedagogiche e la buona volontà non fa un buon insegnante!

Pur tuttavia è salutare un bagno di umiltà: chi mai non ha prodotto programmazioni in fotocopia da un anno scolastico all’altro, con la pretesa di essere capace di operare i giusti adattamenti solo attraverso la propria esperienza?

E, parlando di programmazione, vorrei spendere un pensiero sulla “diatriba” per lo spazio occupato dalla teoria distintamente dall’applicazione pratica. In un istituto professionale qual è quello ove insegno appare naturale orientarsi sulla “pratica” laddove non si riesca (ed è molto facile!) a fornire elementi teorici di un certo spessore. Attenzione, però. Prima di tutto che gli aspetti applicativi non rappresentino un furbesco e dannoso escamotage per ridurre il mio carico di lavoro (vi sembra che esageri?); poi, ricordiamoci il valore educativo della rielaborazione personale che necessita di un substrato teorico quantomeno essenziale ma sufficiente a far percepire la complessità del mondo, ovviamente da ciascun punto di vista rappresentato dalle singole discipline, o da moduli interdisciplinari. Perché il mondo è complesso e non si possono ingannare i giovani (quantomeno delle scuole superiori) semplificando oltremodo sino alla banalizzazione della realtà.

L’orientamento e il riorientamento saranno sempre di più strumenti abituali di lavoro, atti ad assecondare e sviluppare capacità e preferenze dei ragazzi.

Tuttavia non deve ridursi l’attenzione verso lo studio e l’organizzazione individuale: nelle scelte adulte le abilità così acquisite risulteranno un valido supporto sia in ambienti lavorativi che ad essi estranei.

In tale ottica bisogna progettare le strategie didattiche (il “saper fare” degli insegnanti) e l’innovazione organizzativa del singolo istituto: ripensare la valutazione e i suoi strumenti, monitorare costantemente il clima della classe e dell’istituto (che coinvolge il “saper essere” dei docenti).

E come pensare a tutto ciò senza un reale miglioramento della comunicazione scuola-famiglia? Oggi sempre meno tempo è dedicato all’ascolto, perché la pletora informativa ci stordisce e ci illude di poter disporre di tutto e in tempo reale. L’ascolto è pazienza, attenzione, rispetto dell’altro: sia esso genitore, allievo o collega.

 

LAVORARE IN TEAM

Il ragazzo normodotato, che vive in un contesto sociale deviante, è caratterizzato da una reale disaffezione ai processi educativi, da una presenza a scuola passiva e/o irregolare, da un’attenzione molto limitata e dal riproporre stereotipi comportamentali frequentemente violenti; in una parola egli è in una “trappola esistenziale” a cui la scuola non può dare da sola risposta, anche quand’essa è personalizzata.

Il creare delle “occasioni speciali” su diversi livelli, da far vivere al ragazzo entro il suo ambiente, consente di modulare gli interventi didattici rispettando gli obiettivi dell’insegnamento e favorendo le potenzialità dell’allievo.

Per consentire ciò è imprescindibile il pensare ad una vera e propria task-force, che lavori in équipe interdisciplinare e interfunzionale, cioè attraverso il contributo unisono dell’intero consiglio di classe, supportato da figure di sistema e, perché no, dalla figura dello psicologo che dovrà rappresentare un passo necessario nella pianificazione dell’attività didattica nelle scuole quale professionalità istituzionalizzata al loro interno.

Strumenti dalla valenza strategica e operativa, quali la legislazione sull’autonomia scolastica, il piano dell’offerta formativa, la possibilità della flessibilità d’orario, l’organico funzionale, debbono inoltre poter consentire di liberare risorse tra i docenti disponibili per favorire un lavoro trasversale di supporto alla scuola.

I docenti, pertanto, devono imparare a lavorare in gruppo. Non è semplice, perché significa uscire dall’individualismo, favorito dal rapporto unico che l’insegnante si trova ad instaurare con la classe durante la sua ora di lezione, ma significa pure impegno verso il gruppo, decisioni prese per consenso, gestione di un sano conflitto e della creatività, adottando prassi di discussione efficaci.

Per creare gruppi di lavoro occorre consenso, e il consenso non si impone a nessuno. Propongo di utilizzare il giornalino scolastico come strumento per mettere sul tavolo le idee, le proposte di ragazzi, insegnanti, dirigente scolastico e personale non docente che cerchino sostenitori per un progetto, per un’iniziativa. Questo giornalino, non certo estemporaneo nelle sue uscite, dovrà essere gratuitamente consegnato alle famiglie, perché possano apprezzare, essere coinvolte, in una parola sapere cosa è e cosa fa la scuola dei loro figli.

Il gruppo di lavoro dev’essere preparato, opportunamente progettato, perché far bene le cose sin dalla prima volta entusiasma e crea uno stile di lavoro. Il dirigente scolastico, i docenti, il personale non docente, i genitori e gli alunni, tutti con pari dignità debbono ragionare per cause e non per colpe e il far emergere l’errore deve rappresentare una filosofia che apra possibilità di crescita. Per consentire ciò occorre bandire la logica dei “diritti-doveri” che conduce, per contro, ad una relazione difensiva e burocratica, arroccata su posizioni di attesa e di pessimismo.

Occorrono pertanto nuove competenze, a carattere trasversale e indipendenti dalle singole discipline di insegnamento. Lo sviluppo della creatività è favorito dai metodi, non dalla casualità/occasionalità di intervento. Occorre, peraltro, parlare con “dati e fatti” consuntivi alla mano e, soprattutto, saperli interpretare, senza lasciarsi prendere dalla tentazione di volgere i risultati a giustificazione degli obiettivi di partenza. Responsabilità, quindi, e autocontrollo!

Nei casi di gestione di ragazzi svantaggiati, l’équipe multidisciplinare dovrà far sentire il proprio apporto in modo concreto, attraverso un calendario di interventi tempestivo (non basato su incontri più o meno casuali) e secondo modalità che non vedano l’insegnante quale passivo trasmettitore di informazioni a specialisti sanitari che si limitano, a loro volta, a recepirle per i loro interventi al di fuori della scuola! Abbiamo bisogno di interagire e di capire come operare con tali allievi perché, anche per loro, di allievi da “allevare” si tratta!

E l’insegnante di sostegno? Fuori o dentro la classe? Ritengo che debba essere soprattutto l’insegnante di sostegno alla classe, quindi anche al docente disciplinare, per una reale integrazione con il gruppo.

 

CONCLUSIONI: LA “RETE SOCIALE”

In un ambiente mutevole, qual è quello che viviamo, l’azione anticipa l’ideazione: non vuol intendersi spontaneismo bensì programmazione in itinere, onde evitare il rischio della rapida obsolescenza delle iniziative progettuali.

La riforma delle autonomie locali territoriali deve ancora condurre verso una concreta virata culturale; Il vero scoglio, infatti, resta la scarsa coordinazione tra le istituzioni: si pensi all’intervento delle Aziende U.S.L., dei Tribunali dei Minori, di Comuni, Province e Regioni, delle stesse associazioni di volontariato al fianco delle strutture e delle diramazioni del Ministero della P.I. e delle scuole di ogni ordine e grado.

Quindi, spazio a progetti congiunti tra scuole di grado diverso, tra istituzioni e ambiente professionale lavorativo sui quali operare prima, durante e soprattutto dopo aver… speso i soldi!

È, questo della dispersione scolastica, un argomento che coinvolge ancora tutti i paesi, anche (forse soprattutto) quelli più industrializzati, ove per ragioni economico-sociali la scuola è solo una delle agenzie formative presenti sul territorio.

È un problema, un problema reale per gli incalcolabili danni sociali che comporta, e come tale il suo contenimento deve prevedere politiche molto articolate: senza avere la pretesa di essere esaustivi, un differente approccio alla famiglia e alle politiche per la famiglia, al lavoro e alle politiche per il lavoro, all’urbanistica delle nostre città e alle politiche urbanistiche, alle attività e agli spazi culturali.

Allora è impossibile considerare la scuola come lo strumento principale (qualcuno ritiene esclusivo) per combattere tale piaga sociale; ma attraverso la scuola molte cose possono essere realizzate, molte situazioni monitorate, molte soluzioni ipotizzate e ricercate.

Leggi pure: ORIENTAMENTO SCOLASTICO https://www.giuseppesalvato.it/?p=252

COMMIATO DALLA SCUOLA https://www.giuseppesalvato.it/?p=152