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LA MORTE DEL PROFESSIONISTA

La morte del professionista è un argomento tabù, mai al centro di analisi approfondite. In effetti, morire può significare anche più semplicemente scomparire, svuotarsi di significati costituenti la propria identità. E dichiarare il fallimento di una figura del panorama lavorativo, in definitiva, è difficile, è un’ammissione di responsabilità e di incapacità a cavalcare il cambiamento che nessuno vuol prendersi, singoli e rappresentanti di categoria.

Poniamoci, dunque, questi quattro quesiti:

  1. Quando un professionista muore?

  2. Perché muore?

  3. Quali sono i sintomi premonitori?

  4. Quali sono le cause fondamentali?

Eliminiamo subito dal nostro ragionamento tre false motivazioni per replicare ai quesiti posti e arrivare a spiegare, appunto, la morte del professionista; esse genererebbero risposte le quali distoglierebbero l’attenzione da idee quantomeno più utili, cioè applicabili nel concreto per evitare epiloghi drammatici. Le false motivazioni sono:

  • le mutate richieste della clientela (fattore esterno),

  • l’arrivo di nuovi competitor (fattore esterno),

  • il mancato aggiornamento professionale (fattore interno).

Le mutate richieste della clientela (fattore esterno)

Riguardo al primo tema, le mutate richieste della clientela, di solito si pensa al mercato come ad un insieme di persone mosse da bisogni noti, magari sempre uguali e riconosciuti dai clienti medesimi, che vengono soddisfatti con beni e servizi che si evolvono in sequenza temporale, migliorandosi step by step. Tuttavia, noi stessi non la pensavamo così quando ci è capitato di apprezzare beni e servizi che hanno cambiato il nostro stile di vita senza che potessimo anche solo intuirne l’esistenza fino ad un dato momento.

Non mi riferisco solo alla tecnologia, ma a cose molto più banali seppur di impatto come i trolley in sostituzione delle valigie (che hanno cancellato la categoria dei facchini nelle stazioni ferroviarie) o del sapone liquido in sostituzione delle classiche saponette, improvvisamente ritenute antigieniche. Se ne deduce che, grazie alla creatività umana, piccoli cambiamenti hanno decretato spostamenti nei bisogni personali in modo irreversibile. Lo sviluppo, pertanto, non è sequenziale: nuove idee e predisposizione al cambiamento possono salvare la vita ed evitare la morte del professionista.

L’arrivo di nuovi competitor (fattore esterno)

Per quanto concerne il secondo punto, l’arrivo di nuovi competitor nel mentre il professionista è già in sofferenza, c’è da chiedersi come mai sorga l’interesse ad investire in un business già affollato e la risposta non può che essere una sola: i nuovi entranti visualizzano le opportunità in un modo radicalmente diverso rispetto ai vecchi attori presenti sul mercato.

Cambiare le regole del gioco (il modo di usufruire di beni e servizi, l’esperienza d’acquisto,…) è la loro grande forza in un mondo statico e impigrito. Occorre perciò ribadire che lo sviluppo non è sequenziale: nuove idee e predisposizione al cambiamento possono salvare la vita ed evitare la morte del professionista.

Il mancato aggiornamento professionale (fattore interno)

Ma anche l’ultimo argomento non merita tanto spazio: il mancato aggiornamento professionale, trainato dall’idea che prosciughi le competenze e conduca allo svilimento del professionista, delle sue abilità. L’ovvia verità ci fa apprezzare tale aggiornamento, che giustifica l’opera degli ordini e delle associazioni di categoria (più l’attivismo di qualche azienda “vicina” a tali rappresentanze), quando constatiamo l’ampliarsi dell’offerta per l’aggiornamento e la formazione, nuovi strumenti e fantasmagorici sevizi.

E così sul mercato c’è abbondanza di tutto, ma quasi mai si risolvono i dubbi che assillano il nostro professionista. Chiediamoci il perché e, a costo di annoiare il lettore, debbo confermare che lo sviluppo non è sequenziale: nuove idee e predisposizione al cambiamento, più che la formazione e gli strumenti, possono salvare la vita ed evitare la morte del professionista.

LA VOLONTÀ

Se la comprensione delle richieste della clientela, la percezione dell’arrivo di nuovi competitor e la disponibilità di formazione e strumenti non sono basilari per evitare la morte del professionista, c’è qualcosa più a monte tra le abilità personali da tutelare: si chiama semplicemente “volontà”, un vero e proprio salvavita. Proprio così: la volontà è la prima manifestazione che sorge dall’interesse verso qualcosa e di per sé è una forza che origina il processo decisionale.

La persona volitiva decide più in fretta ed è di sicuro meno vulnerabile dell’individuo statico, o addirittura apatico, poiché è spinta ad agire con chiare motivazioni, assumendosi le responsabilità del proprio vivere. Decidere, pertanto, significa modificare le nostre certezze, affrontare le umane paure prima che queste diventino parte costituzionale di noi stessi, vere e proprie nevrosi.

LA PIGRIZIA NON SI MODIFICA

Certamente percepire la paura è normale, mentre il non averla non è di per sé sintomo di coraggio ma, piuttosto, di incoscienza. Chi decide nonostante la paura è vivo, si muove, e può sbagliare. Ma l’errore è modificabile, la pigrizia no! Non sono le persone a fare esperienze, ma sono le esperienze a fare le persone e, se la volontà di queste ultime le spinge ad agire attraverso una decisione che affronti le paure, ecco che costoro avranno molte più opportunità di farcela, di vincere, di realizzarsi, di superare le avversità.

Una crisi (quante ne abbiamo già vissute!) fa emergere tutte le fragilità umane e stare fermi per sua causa ci spinge inesorabilmente verso il baratro. Grandi e piccoli. E già, perché, in un mondo che corre, restare fermi significa indietreggiare inesorabilmente, sino ad essere espulsi dall’ambiente che magari un tempo ci vedeva protagonisti. Ci raccomandiamo di restare fermi perché ci mancano delle informazioni, perché non sappiamo qualcosa; in realtà, a metterci in difficoltà è solo ciò che pensiamo di non sapere: noi siamo il peggiore nemico di noi stessi!

LE OPINIONI SI TRASFORMANO IN CONVINZIONI

Ma non basta. Il rimanere al palo ha conseguenze ben più gravi, perché trasforma le nostre opinioni in convinzioni. E non immaginiamo che possediamo le prime, ma siamo posseduti dalle seconde. Io “ho” un’opinione, nel mentre io “sono” convinto. E così che le convinzioni ben presto si impossessano di noi, bloccando ogni nostra evoluzione. Infatti, impercettibilmente creiamo delle storie a sostegno delle nostre convinzioni; ne abbiamo bisogno, perché queste generano le nostre certezze. E in un mondo che cambia in fretta abbiamo sempre più bisogno di punti di riferimento, di certezze appunto.

Questa è la morte del professionista. L’avere a disposizione una gran quantità di dati e di strumenti, ad esempio, giustifica la falsa sicurezza di avere tutto sotto controllo e tale convinzione non ci fa vedere l’ovvia necessità di dar valore ai dati perché essi possano davvero trasformarsi in informazioni utili per prendere decisioni. Il sapere, fondamento umano per emergere dalla mediocrità, si può così trasformare in rigidità quando resta l’unico pilastro per affrontare la complessità, il nuovo che avanza e che modifica gli assiomi su cui è fondato il sapere stesso.

Avere dei semplici dati nel proprio computer, quindi, equivale ad avere esposta nella libreria di casa la più completa delle enciclopedie, niente di più; ma questa nulla dice della nostra volontà e capacità di estrarne di volta in volta le informazioni che servono davvero per creare nuove connessioni e costruire nuove prospettive.

È proprio vero che non vediamo le cose per come sono ma per come siamo, cioè attraverso il filtro delle nostre convinzioni. E queste ultime hanno la forza di creare o di distruggere le nostre capacità, il nostro potenziale. In momenti di instabilità, mi ripeto, si sente il bisogno di maggiori punti di riferimento, di vecchie o nuove certezze, e aggrapparci alle nostre convinzioni diventa pericoloso quando viviamo una forte accelerazione, ovvero grandi cambiamenti.

Tre sono le cause della nostra rigidità al cambiamento:

  • eventi shock che ci spingono verso l’irrigidimento e la ricerca di sicurezze,

  • l’abitudine ad esperienze e racconti considerati “innocui”, che ripetiamo sistematicamente a noi stessi (“La mia persona di fiducia mi segue in tutto! Ho tutti gli strumenti che mi servono!”),

  • il ricalco di modelli comportamentali che ci fanno preferire di non discostarci dalla massa.

Ebbene, in tutto ciò non comprendiamo che le convinzioni, più delle bugie, sono pericolose nemiche della verità. Certamente non vi sono solo convinzioni limitanti ma, al giorno d’oggi, sono davvero poche le convinzioni potenzianti e, al di sopra di tutte, sta certamente l’idea che una convinzione non può essere buona per sempre.

CONCLUSIONI

Pertanto, rispondendo alle domande iniziali nel concludere queste mie considerazioni, mi bastano solo tre parole:

  • VOLONTÀ: un professionista muore perché resta per troppo tempo ancorato a certezze divenute illusorie, privandosi di nuove prospettive soprattutto per pigrizia, per assenza di volontà;

  • GIUSTIFICAZIONI: un professionista muore perché i sintomi premonitori rilevano la presenza di costanti giustificazioni che rimandano a situazioni esterne irrisolvibili e atte a spiegare e a determinare la condizione in cui egli si ritrova;

  • CONVINZIONI: un professionista muore senza saperlo, e senza sapere che la causa è dentro di lui, è lui stesso e le sue più ferme convinzioni.

La verità è una soltanto per evitare la morte del professionista: dobbiamo lavorare nel futuro per cambiare il nostro passato.

 

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