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L’unicità è attraente e il talento ci rende unici: il caso dei colloqui di selezione

Associamo alla parola “talento” la caratteristica di singolarità, di straordinarietà, dimenticando che il talento riguarda ciascuno di noi, in quanto è identificabile soprattutto con tutto ciò che pensiamo e facciamo istintivamente, con naturalezza, senza sforzo. C’è chi è capace di scrivere con la mano sinistra, mentre la maggioranza usa la destra; c’è chi è abituato a “guardare” con la ragione, e chi con la creatività le cose che ci circondano. C’è chi parla e ti attrae, e chi con il solo sguardo, invece, riesce a farti sorridere…

Questo è il talento: semplicemente una caratteristica connaturata, che ci appartiene spontaneamente. Conoscete due persone davvero identiche in tutto e per tutto? Impossibile, perché la varietà e le declinazioni dei talenti umani sono realmente infinite e creare valore attraverso i talenti -che ci rendono distinguibili e unici- non dovrebbe essere poi così difficile. Non è difficile essere, in definitiva, se stessi; ma a volte per poter vivere tale condizione abbiamo bisogno di guardare alla vita con una prospettiva differente: alimentare un tono emotivo elevato, in primis, e scansare qualche influenza demotivante.

Le aziende, che a differenza delle persone non nascono con una ben precisa identità ma se la devono costruire per la loro stessa sopravvivenza, raccolgono e utilizzano le conoscenze utili a tale processo attraverso un’attività che si può riassumere nel termine “marketing”.

Il marketing, notoriamente, è la funzione d’impresa che aiuta a creare valore a vantaggio di prodotti e servizi scovando e stimolando bisogni, anche tra i più reconditi dell’animo umano; ovvero, li sa generare laddove non emergono. Cosa non meno importante, esso è capace di mettere in risalto le qualità di un’offerta proprio come la desiderano i destinatari, o addirittura al di là delle loro migliori attese. Nella sua essenza, il marketing è la fabbrica dello stupore in un mondo dove… abbiamo appetito di novità ma non abbiamo più fame, perché abbiamo già tutto! Immagino qualche pensiero critico nella testa del lettore e dichiaro subito quanto io sia consapevole che, nel caso in cui l’appetito non si generi naturalmente dalla fame, non c’è sistema socio-economico o attività di marketing che possa aiutarci nel lungo termine a tendere verso un vero progresso. Ma il discorso ci porterebbe lontano dagli scopi della presente riflessione.

In effetti, in un mondo affollato solo la sorpresa riesce ancora a catturare la nostra attenzione e il marketing ci inchioda così, a volte senza via di scampo. Certo, esso gioca con la nostra psiche e sa anche inventare di sana pianta valori effimeri, a volte superflui; distinguerli in una scala di qualità è oltremodo sempre più difficile. Le tecniche si sono raffinate, perché dalla comunicazione d’impatto si è passati alla persuasione e da questa, in qualche caso, addirittura alla manipolazione. Si sono evolute le tecniche e si sono evoluti i media.

Ma, senza disperderci, proviamo a comprendere in cosa si accostano così tanto il talento personale, da dove sono partito, e il marketing aziendale. Detto in breve, essi si accomunano nella loro forte capacità d’attrattiva: il talento attrae e il marketing studia le modalità per proporlo al meglio. Chiarito ciò, poniamoci un ulteriore interrogativo: per quale motivo è utile connettere questi due aspetti? Anche qui rispondo categorico: per incrementare il nostro valore personale agli occhi del mondo.

A ben rifletterci, se pensiamo appunto al valore personale e alle abilità umane, i comportamenti individuali sono molto simili a quelli aziendali: che si tratti di rapporti d’amicizia, della scelta del partner giusto o di questioni lavorative, ognuno di noi tende spontaneamente ad apparire al meglio; come d’altronde un’azienda fa con il proprio target. Cambiando esempi, non vogliamo perdere un’occasione o vogliamo tirarci fuori d’impaccio da situazioni scomode: pure in questi casi il principio del marketing, secondo il quale l’unicità è seducente, ci può aiutare davvero, anche a livello personale. Mi ripeto: nella capacità d’attrattiva sta, appunto, l’anello di congiunzione; le differenze calamitano la nostra attenzione; l’essere unici ci rende assolutamente distinguibili; aziende e persone.

Chi l’avrebbe mai detto che noi esseri umani portavamo già in dote ciò che gli esperti di marketing hanno faticosamente scoperto e utilizzato a partire dal secolo scorso? Ma la domanda vera è un’altra: siamo davvero tutti capaci di approfittare di tale unicità e di utilizzarla al meglio?

Il marketing, in effetti, può supportarci nella valorizzazione di ciò che già siamo, ovvero nell’individuare su quale atteggiamento far leva affinché riusciamo a tirar fuori il meglio di noi. Tale disciplina, in effetti, ha in dote quel complesso di strumenti d’analisi idonei a soddisfare le aspettative dei nostri interlocutori. A scanso di equivoci, desidero anche chiarire una cosa: lungi da me l’idea che i principi del marketing, applicati all’essere umano, ci debbano spingere semplicemente e tristemente verso un mondo dove ciò che conta è soprattutto l’immagine, le apparenze. Le mie riflessioni, al contrario, riguardano le possibilità di applicazione di un insieme di tecniche -di marketing, per l’appunto- al singolo individuo, per aiutarlo fattivamente nelle varie situazioni di vita.

Rimanendo, infatti, nel concreto, mi voglio qui di seguito focalizzare sugli aspetti legati alle attività professionali di ciascuno di noi, così fondamentali anche nel definire la nostra identità; e ciò è talmente vero da prendere in massima considerazione il detto secondo il quale il lavoro nobilita l’uomo, cioè lo arricchisce umanamente e gli consente di costruirsi un ruolo di grande utilità sociale: l’impegno ci rende abili e l’abilità attrae. Ma cosa può succedere in una situazione in cui siamo alla ricerca di un lavoro? Le offerte d’impiego sono variegate e chi si sofferma a riflettere prima di un colloquio di assunzione o di una riunione aziendale spesso sa bene -o dovrebbe sapere- cosa desidera ascoltare il suo interlocutore, cioè conosce -o dovrebbe conoscere- perfettamente quali aspetti della personalità vengono in un dato momento apprezzati da chi, in quel preciso istante, è il suo valutatore e diventa, pertanto, il suo potenziale “cliente”.

Se il marketing sa creare strumenti per recepire i sentori dei clienti, la persona, a sua volta, deve riconoscere in chi gli sta di fronte, magari un selezionatore, il suo “cliente” e come tale deve mettersi in condizione di ascoltarlo il più possibile… E già, proprio così; sappiamo, invece, quanto facile sia lasciarsi prendere la mano e sperare di convincere chi ci sta innanzi inondandolo con una valanga di parole! Ebbene sì, per essere meglio apprezzati capovolgiamo la visione e proviamo noi stessi, da candidati, a fare domande, non solo a rispondere, affinché ci sia sempre più chiaro quanto valore c’è nell’offerta lavorativa e, soprattutto, quali talenti ci verranno richiesti e ci saranno d’aiuto una volta avviata la collaborazione professionale. Non quante ferie, non l’inquadramento stipendiale, bensì le prospettive personali e le ambizioni aziendali sono le prime cose da scoprire!

E nel momento di fornire risposta a chi ci colloquia, mi raccomando: nessuna bugia, nessuna esaltazione, nessun nascondimento anche dei propri insuccessi; occorre, invece, approfittare di questi ultimi per mettere in rilievo gli insegnamenti tratti da esperienze pur infelici ed evidenziare con naturalezza i talenti caratteriali che ci sono stati d’aiuto nella circostanza; statene certi che essi, così discorrendo, verranno prontamente riconosciuti e apprezzati nel contesto del colloquio. La perfezione non appartiene all’essere umano e l’immagine di perfezione sa di falso…

In mancanza di talenti da evidenziare suggerisco di restare in silenzio, di rimanere a casa. In un mondo competitivo, a nessuno piace perder tempo e nessuno intende legare il proprio destino professionale a gente mediocre. Evitiamo i bagni di sangue e una sfilza di “le faremo sapere”, che possono solo alimentare giustificazioni del tipo “il mondo ce l’ha con me!” e chiediamoci quali aspettative sapremo soddisfare alla prossima occasione.

Dunque, la regola fondamentale del marketing è piuttosto semplice: se i talenti sono infiniti e possono combinarsi in maniera tale da renderci unici, a noi spetta il compito -non sempre facile, ma soprattutto a causa di resistenze interiori-, di esercitarli, “lucidarli”, combinarli tra loro nel giusto dosaggio e imparare a metterli in mostra al momento opportuno. Roba da chef!

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