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PALAZZO DOGANA

Di seguito anticipo la premessa che ho scritto per la seconda edizione del volume di Vincenzo Salvato, Palazzo Dogana, ancora sede dell’Amministrazione Provinciale di Capitanata, spero di prossima pubblicazione.È un appello e una speranza per le nuove finalità dello storico palazzo.

Quando si racconta di una città ad elevata visibilità si parla delle forze della cultura, dell’arte, dell’urbanistica, dell’innovazione e dello sviluppo che la inondano. E la visibilità, quasi per incanto, pervade e arricchisce anche chi la abita e chi la vive nel corso del tempo.

Ma cosa è necessario fare per quei territori che non hanno rendite importanti, per quei cittadini che non sono nati sopra “giacimenti di diamanti”? Molto poco, in linea generale: occorre concentrare ogni sforzo nel caratterizzare il proprio luogo abitato; risparmiare inutili uffici del turismo e di rappresentanza, nonché costose pubblicità istituzionali a favore di un marketing comunicazionale che sorprenda il cittadino e incuriosisca il viaggiatore. Non si hanno straordinarie opere d’arte di cui andar fieri? Nessun problema: la città si veste come un’immensa area di attrazioni e diventa, improvvisamente, una star all’attenzione di un vasto e lontano pubblico! Il centro abitato non ha architetture stupefacenti? Che si collochi in un luogo accessibile e prestigioso un museo interattivo delle scienze, promosso e arricchito ogni anno, che educhi il cittadino e faccia divertire il turista!

In breve, una città dovrebbe partire dalla fine: cosa vuol rappresentare per il mondo, quali valori vuol trasmettere e che peculiarità l’aiuteranno affinché sia ricordata dai più. Intendo dire che si è riconoscibili se si diventa primi in qualcosa! Tutto il resto, ogni altra struttura e spesa meglio eliminarle, perché non generano visibilità (e durature opportunità occupazionali) in un mondo in cui anche i territori hanno riconosciuto il valore della promozione e la comunicazione-spazzatura abbonda.

Sembra quasi che occorre essere fortunati a nascere nel posto giusto. Giusto, infatti, è quel luogo che prospera perché attinge dalle vestigia del proprio passato, ovvero quell’altro che si reinventa un futuro nell’immaginario collettivo, non dimenticando che mai come oggi abbiamo potenti (ed economici!) mezzi di comunicazione che permettono di balzare all’attenzione di un pubblico sempre più internazionale. E l’attenzione non si genera producendo informazione, partecipando a fiere o stampando pieghevoli; l’attenzione è stimolata dalla capacità di emozionare e di sedurre gli individui: ne siamo capaci? Viviamo di progetti o di occasionalità? Ma soprattutto, sappiamo sognare? Se ci fermiamo a “calcolare” non diventeremo mai grandi! E una città, per poterlo diventare, ha il medesimo bisogno che le grandi organizzazioni sentono quando nutrono ambizioni di crescita: innanzitutto esse si attorniano di un valido management, da quello di vertice (strategico, politico) a quello operativo (funzionari e quadri). Senza le persone che sappiano pensare in grande per la collettività che rappresentano i soldi non servono e i piagnistei del nostro Sud neppure, men che meno sono sufficienti le sole “competenze”!

Proviamo a dare spazio ai ragazzi e serviamoci delle loro abilità per immaginare l’ambiente dove andranno a vivere! Altro che fuga di cervelli, c’è spazio per tutti e chi è senza merito o senza risultati a beneficio della collettività venga messo da parte, perché il tappo allo sviluppo è tutto lì…

Costruiamo un marchio, un’immagine attorno a un nome: “Foggia, città del…” (ciascuno contribuisca con la propria fantasia aggiungendo i valori condivisi, un’anima, una peculiarità, un motivo che sprizzi simpatia). Ciò servirà solo alle strutture cittadine? Assolutamente no: poco alla volta ne viene condizionata l’intera comunità che si identifica negli stessi valori, nella stessa anima, nella stessa peculiarità, perfino nella stessa simpatia. E allora, addio “Fuggi da Foggia…”! Le persone diventano quello che pensano per la maggior parte del proprio tempo; così l’abitato si identifica in ciò che fa per la maggior parte del proprio tempo.

Quindi, perché non approfittare del potenziale che un significativo luogo architettonico possa essere il contenitore di una Foggia differente, quella che vuole cambiarsi l’abito dimesso e liso e pensare di concentrare, come fa un raggio laser, una pur piccola energia disponibile in uno spazio altrettanto ridotto? Succederà sicuramente qualcosa e, forse, anche i Foggiani se ne accorgeranno, imparando ad amarsi di più…

Il presente volume rappresenta la seconda edizione (la prima è del 1976, ed. Franco Leone – Foggia) di uno studio che ha combattuto con successo il desiderio di più di qualcuno di abbattere Palazzo Dogana agli inizi degli anni Settanta. Successivamente è stato aggiornato da Vincenzo Salvato, supportato dal fratello Antonio e ultimato nel 1991. L’Autore scompare nel marzo del 1993 e come per altre sue opere, anche questa viene edita ormai postuma; ma, al di là dei dettagli storici e tecnici di cui è ricco, la ricerca mantiene la sua freschezza per quanto possiamo leggere nelle lungimiranti pagine conclusive. Infatti, nel rispetto degli originari intenti -la costruzione del Seminario fuori porta Reale doveva essere dotata di una propria biblioteca al servizio della città- Vincenzo Salvato afferma: Non appare infondata l’ipotesi di un futuro trasferimento di tutto il complesso tecnico-amministrativo in una nuova sede, con conseguente variazione di destinazione di quella attuale…, suggerendone l’utilizzo da parte dell’Archivio di Stato …che tanto ebbe in retaggio da quello Doganale, in ampliamento alle strutture da esso già utilizzate, nonché da parte dell’amministrazione provinciale medesima, con la realizzazione di due sezioni museali (storico-letteraria e tecnico-scientifica) e, infine, da parte di associazioni apartitiche.

Forse la ristrutturazione più recente ha dimenticato di lasciare ai posteri un breve significato di quel luogo e, allora, l’Autore conclude il suo impegno con una proposta da scolpire nel marmo: Questo palazzo, in origine detto il Seminario, fu edificato dal 1723 per volontà di mons. Emilio Giacomo Cavalieri, vescovo di Troia e Foggia, che secondar voleva le aspirazioni religiose e culturali del suo tempo. Dal primo nucleo su corso Garibaldi, divenuto Doganal Palazzo per volere reale del primo settembre 1735, raggiunse questa mole nel corso di due secoli, in ispecie dal 1749 al 1762. L’istituzione doganale, già presente in città dal 1447, esercitò grande influenza giuridica economica e culturale sul regno di Napoli e sulle popolazioni foggiane in particolare.

L’edificio, che contribuì alla definizione della prima piazza di cui la città si arricchì dopo la scomparsa delle mura, costituì con essa il nuovo polo d’attività cittadina ed ebbe occasione di ospitare re, principi e varie attività teatrali.

Abolita la Dogana nel 1806, fu sede di diverse amministrazioni pubbliche che man mano gli dettero il nome di palazzo del Tavoliere, dell’Intendenza e della Prefettura, per poi riassumere quello storico di Palazzo Dogana, pur ospitando l’amministrazione provinciale.

Ricordo che dal 2007 il Consiglio Comunale ha desiderato ricordare Vincenzo Salvato e i suoi studi in favore della città con l’intitolazione di una via cittadina, le cui paline stradali sono state realizzate solo nel 2011; l’ironia della sorte ha voluto che fosse ubicata alle spalle della nuova sede dell’amministrazione provinciale. E siccome con quest’opera ho concluso l’impegno di pubblicare tutti i lavori inediti di mio padre, che ciò possa essere l’auspicio beneaugurante affinché lo storico Palazzo Dogana diventi una vera e propria attrazione culturale per la nostra città?

Leggi pure: LA STORIA SUI MURI https://www.giuseppesalvato.it/?p=200

LO SVILUPPO URBANISTICO DI FOGGIA DOPO IL TERREMOTO DEL 1731 https://www.giuseppesalvato.it/?p=213