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PER SALVARE IL MONDO: VELOCITÀ, EFFICACIA & ANTICONFORMISMO

È indubbio che viviamo in un mondo accelerato e, come tale, questa condizione ha i suoi entusiasti proseliti e i suoi accaniti detrattori. Da un lato, infatti, abbiamo la gratificante sensazione che si percepisce ad arrivare più rapidamente, ovunque e a basso costo, ad essere sempre connessi, tutti con tutti, ad avere ogni sapere a portata di click. Siamo in grado di essere testimoni della vita e di produrre informazioni che rendiamo prontamente disponibili ed elaborabili dalla collettività. Trasporti materiali e trasporti virtuali hanno cambiato il pianeta, rendendolo piccolo, ancor prima che globalizzato. Anzi, la globalizzazione è stata resa possibile proprio grazie all’accorciarsi e al superamento delle distanze.

D’altro lato, quello dei nemici del mondo accelerato, c’è chi rimarca la perdita di valori fondanti le nostre comunità, l’opportunismo che si trasforma in cinismo, economico-finanziario e non solo, lo stress che pervade le nostre esistenze. Questioni ambientali, instabilità politiche, disuguaglianze sociali, assenza del senso etico sembrano essere il prezzo della velocità, che tutto consuma e che sembra disinteressarsi di chi resta indietro, degli anziani, degli svantaggiati. La velocità è una giovane signora, rampante, che dimentica frettolosamente ciò che essa stessa produce attorno a sé e che lascia alla collettività e alle pubbliche istituzioni i danni e i costi, premiando esclusivamente chi ha forza, intuizione e capacità di adeguarsi ad essa.

Non sembra proprio possibile tornare indietro, né rallentare. La sensazione è quella dello scivolo al parco giochi: è divertente ma è anche impraticabile frenare, e non lo vogliamo neppure. C’è chi prospetta la “decrescita felice” e chi invoca protezionismi dalle merci straniere, dai servizi stranieri e… dagli stranieri! Chi fugge in campagna e chi cambia frettolosamente lavoro, alla ricerca della felicità. Si diffondono medicine alternative, stili di vita alternativi, religioni alternative, forme di meditazione e di alimentazione piombati all’improvviso a stravolgere la nostra cultura, le nostre abitudini. Essere normale non è più normale.

Ma c’è una soluzione a tutto questo? C’è un approccio alla vita che non ci violenti, non ci faccia sentire disadattati o fuori moda, non ci costringa a vivere secondo canoni che altri, chissà chi, hanno scritto per i nostri destini? Non saprei, ma nel frattempo cerco innanzitutto di interpretare la realtà e di orientarmi attraverso tre criteri, tre principi che vivono dentro di me.

Il primo principio è quello per cui la velocità non è fretta: la prima è sinonimo di efficienza, di economia; la seconda di affannosa rincorsa, di perdita di controllo. Diffido di tutti quelli che mi vogliono vendere la fretta, confondendola ad arte con la velocità. Ad esempio, la pubblicità e, più in generale, i mezzi di comunicazione di massa mi spingono a decidere frettolosamente, senza pensare. E mi domando: la tecnologia, o il diffuso “rampismo” verso il successo materiale, ci permettono di essere più veloci o ci costringono alla velocità? Di volta in volta, la risposta che mi do a tale domanda mi aiuta a discernere tra velocità, che ammiro, e fretta, che denigro.

Secondo principio: l’efficacia vale più dell’efficienza. Se è vero che l’efficienza ci avvicina al concetto di velocità, è altrettanto vero che l’efficacia ci conduce verso l’adeguatezza, l’affidabilità, il risultato atteso. Perché ricercare l’efficienza (il produrre valore attraverso il risparmio dei mezzi impiegati) quando l’efficacia (il produrre valore attraverso l’incremento dei meriti e delle qualità) è la più bella sorpresa per i destinatari? In nome dell’efficienza distruggiamo la dignità umana, adulteriamo quello che mangiamo o andiamo a produrre in luoghi fino a poco tempo fa quantomeno insoliti, speculiamo con i denari altrui. E il confine tra efficienza e cupidigia si confonde sempre più. La lotta allo sfruttamento costa alla collettività nel mentre arricchisce chi applica tale pratica, come la lotta alla malattia costa alla collettività e ai singoli svantaggiati nel mentre privatizza i profitti. Lottare costa: perché lottare? Essere efficaci significa mantenere le promesse, significa scambiare equamente valore, significa premiare le differenze senza creare disuguaglianze. Che paghi chi inquina; che non riceva contributi pubblici chi offende la dignità del lavoro, in nome di un’efficienza senza fondo; che fallisca pure chi raggira la fede pubblica. Mantenere in vita una banca mal gestita significa mantenere in vita dirigenze inefficaci. Si moltiplica la burocrazia per chi vive nella nostra terra e si chiudono gli occhi per chi va a produrre nel mondo sottosviluppato che, chissà perché e nonostante ciò, diventa sempre più sottosviluppato. Perché essere efficienti è di gran lunga più facile che essere efficaci.

Infine il terzo principio. Non bisogna vergognarsi dell’anticonformismo. Tutto spinge verso l’omologazione; tutti dobbiamo consumare gli stessi prodotti; tutti ci uniformiamo nei linguaggi e nei comportamenti. Un uomo e una cultura, su tutto il pianeta. Organismi geneticamente modificati: fanno male alla salute? Non saprei, ma di sicuro sono un rischio per la varietà che ci offre la natura. Che tristezza. La biologia ci insegna il contrario: la diversità è sopravvivenza, è ricchezza, è evoluzione. Allo stesso modo, se non abbiamo la forza della nostra identità, uccidiamo la creatività, le idee, le iniziative, gli stili di vita. Non ce n’è motivo se, com’è vero, il progresso deriva da tali ultimi atteggiamenti e non dall’appiattimento. Non credo ai salvatori del mondo quando si crea una qualsivoglia forma di dipendenza dagli stessi: le dittature del terzo millennio…

Ecco, se voglio difendere non le mie idee, bensì la mia capacità di pensare autonomamente, devo rispettare i tre principi testé esposti, senza timore e senza tregua: la velocità, l’efficacia e l’anticonformismo. Perché il timore di essere additato “diverso” e la tregua del “guerriero stanco” sono le due debolezze che il mondo aspetta per mettermi all’angolo. Ma il mondo si salva attraverso un percorso di libera consapevolezza da parte di ciascuna individualità, grazie ai modi e ai tempi che gli sono più abituali; non certo per la supina e unisona ubbidienza ai canoni di questa modernità.

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