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PIÙ LIBERI PIÙ RIBELLI? EDUCARE I FIGLI

Nella condizione di uomini e padri, ovvero di donne e madri, tutti realizziamo l’esperienza di trovarci, generalmente disorientati, innanzi alle deviazioni di percorso dei figli rispetto alle aspettative tracciate nella nostra mente. Qui di seguito faccio a me stesso alcune considerazioni a tal proposito.

Cara mamma di oggi, tu giocavi alle bambole quando frequentavi ancora la scuola media, mentre io ero un… imbambolato!! Oggi, però, siamo diversi, profondamente diversi nei nostri atteggiamenti. È la dimostrazione che si cambia, e non solo nel fisico: la vita ci cambia, le sconfitte e non le vittorie ci cambiano, dalla sofferenza sgorga la poesia e non certo dal godimento; lo dico quasi a osannare il dolore come segnale di avvertimento e processo di trasformazione e purificazione che ci permette di abbandonare il vecchio che è in noi, senza troppi rimpianti, per abbracciare ciò che è per noi più funzionale nei contesti di vita che di volta in volta viviamo e vivremo.

E questa esperienza la vogliamo trasferire ai ragazzi perché possa farli crescere più velocemente, ovvero più sicuri. Ma Leo Buscaglia dice che noi non insegniamo niente a nessuno, perché non possiamo insegnare, possiamo solo apprendere… Intendiamo pure trasmettere le nostre passioni ai nostri figli, ma si può insegnare la passione? La passione è frutto di un mix di fattori, soprattutto emotivi, che fanno parte della nostra intima individualità… Lasciamo perdere, è tempo perso. Semmai, viviamo le nostre passioni in presenza dei nostri figli perché i nostri comportamenti saranno valutati e rivalutati lungo il loro percorso di vita secondo modalità nient’affatto scontate, o sequenziali, o razionali, né totalizzanti. Insomma, ci avranno visto con i loro occhi, che sono differenti dai nostri, e non potremo avere alcun controllo su di loro. Ogni nostra resistenza sarebbe uno sforzo inutile e dannoso, per noi e per i nostri figli. Molliamo l’osso! Essi, infatti, ricombineranno le testimonianze di vita familiare in un modo del tutto nuovo e le contestualizzeranno nel loro futuro, nelle loro nuove relazioni, che a noi non è dato sapere né controllare.

Le aspettative rappresentano un traguardo. Eppure, sappiamo bene che siamo continuamente messi alla prova e non serve vivere per un traguardo, ma per un percorso, il vero valore della vita, che ci permetta di trasferire il testimone quando il destino o i ragazzi che abbiamo cresciuto decideranno consapevolmente di prendere, facendosene carico.

Purtroppo si vede ai ragazzi con gli occhi dell’adulto; mai immaginiamo che per la formica un sassolino è comunque un ostacolo notevole da affrontare. A volte pretendiamo dai giovani e dai giovanissimi scelte consapevoli, responsabilità, lungimiranza, magari determinazione e indipendenza. Ma spingere un figlio ancora adolescente (quello che eravamo noi e che abbiamo fatto noi alla sua età o giù di lì sono fatti nostri e non sempre ci raccontiamo l’intera verità!) troppo velocemente sulla via dell’autogestione, come se fosse già adulto, significa voler accelerare quella maturazione d’identità di cui è ancora alla ricerca. Anche la ribellione adolescenziale, oltre che un processo naturale e giusto finalizzato al distacco dai genitori, spesso troppo protettivi, può invece esser frutto di una testimonianza familiare di eccessiva libertà e autodeterminazione. Più liberi più ribelli? Probabilmente… Non nutriamo fretta, non eccediamo nelle due direzioni contrapposte del protezionismo e dell’autonomia: è certo che la condizione giovanile non ha ancora una forma definitiva, è un impasto “pasticciato” dalla cui lievitazione può emergere ancora il bello e il brutto…

Le trasformazioni e le evoluzioni della natura non conoscono normalmente salti, ma a volte impercettibili e in ogni caso continui adattamenti all’ambiente in cui si vive. Si perde un anno per una bocciatura? Fa male e, assieme, può far molto bene… Forse siamo presi dai sensi di colpa perché i nostri figli hanno avuto troppo? Non me ne preoccuperei più di tanto: riguardo agli agi della vita, nel libro Dal Porcellino alla Cassaforte riporto la testimonianza per cui è più difficile per un “ricco” fare sacrifici nel veder ridotte le proprie entrate da 10.000 a 7.000 euro mensili, che per un “povero” passare da 1.000 euro di stipendio a 800 euro di cassa integrazione! Ma i giovani sono più capaci di adattarsi ai cambiamenti rispetto a noi, nonostante i… capricci che, molto probabilmente, sono richieste di attenzione. Credo che la vera ricchezza stia nelle opportunità insite nelle relazioni sociali ed è questo il vero discrimine tra il “ricco” ed il “povero”. Ecco, dobbiamo magari testimoniare come si instaurano e mantengono buone relazioni sociali, attraverso la tolleranza.

A titolo di esempio, per una brutta piega del percorso scolastico, non andiamo ai colloqui con i docenti a dire…, andiamo ai colloqui a sentire… È quanto possiamo fare, portando con noi il nostro ragazzo. Rivolgiamo domande agli insegnanti, non esterniamo affermazioni, per lo più giustificative -confessiamolo-, così lo abitueremo e lo educheremo ad ascoltare, ad ascoltare i punti di vista altrui, ad ascoltare ciò che non ci piace sentire e con un crescente livello di tolleranza; ma per farlo dobbiamo essere noi testimoni di capacità d’ascolto. Ascoltare è una manifestazione di amore…

Alcuni genitori trasferiscono il cromosoma dell’indipendenza ai propri figli affinché possano maturare in fretta e vedersela da soli, grintosi in questo mondo che rifiuta i perdenti. Ma la formula educativa a questo punto della nostra evoluzione sociale può essere, al contrario, più amore e meno libertà! Infatti, i sensi d’inferiorità non si manifestano solo nella frustrazione nel confronto con gli altri, ma anche nell’ossessiva ricerca di farsi valere, perché il farsi valere è pur sempre un confronto con gli altri, con i migliori. Guarda caso ce n’è sempre uno innanzi a ciascuno! L’essere autonomi e liberi con se stessi non sconfigge eventuali sensi d’inferiorità che possono insorgere nel cammino della vita. L’amore, innanzitutto per se stessi, invece, sì.

Passiamo troppo tempo ad imparare a vincere, senza avere poi il tempo di godere della vittoria, e mai ad imparare a perdere, riuscendo così a farci scivolare tutto di dosso per risorgere velocemente… E, quindi, viviamo male!

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