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SALVIAMO I D.C.

Questo mio scritto risale al dicembre 1997. Lo pubblico con nostalgia perché parlando del futuro della professione del dottore commercialista conserva ancora, a mio giudizio, tanti elementi di attualità.

Non passa numero delle riviste vicine alla nostra attività senza trovarvi accenno, polemica o prospettiva su due aspetti che, volenti o nolenti, modificheranno la nostra professione: mi riferisco all’immagine di “consulente globale”, che da un lato si cerca (non senza qualche sforzo e forzatura, visto che per dire tutto si finisce per non chiarire niente!) di attribuire alla figura del dottore commercialista, e all’infinito dibattito-polemica sull’accorpamento degli Ordini dei dottori e dei ragionieri (e perché no quello dei consulenti del lavoro?).

Molto modestamente ritengo che non possono non essere due aspetti di un medesimo problema: una crisi d’identità sorta come peccato originale, nata cioè con l’emergere della nostra attività quale professione autonoma ma non sempre distintamente caratterizzata come le altre. A me appare che, invece, chi propende per l’unificazione degli Ordini e chi prospetta un futuro da consulente “globale” siano purtroppo persone differenti, in qualche caso anche molto lontane. Se riflettiamo sulla consulenza “globale” e sull’Ordine unico balza evidente agli occhi degli addetti ai lavori (figuriamoci agli “estranei”) che il doppio salto richiesto e auspicato da molti non come opportunità ma come unica strategia di sopravvivenza, spiazzi un po’ tutti.

L’Ordine unico per contare numericamente di più in sede politica? Per combattere l’abusivismo? Per ottenere esclusive professionali? Anche se gli interrogativi possono essere di più o differenti, i termini del problema non mutano, se inquadrati con l’altra tematica. Sull’altro fronte, infatti, cosa dovrà essere il consulente globale: fiscalista, tributarista, contabile, esperto di programmazione economica e pianificazione finanziaria, consulente di diritto societario e per la contrattualistica? O qualcosa di più: esperto commerciale, consulente di organizzazione, stratega dell’impresa?

Un quesito: abbiamo le dimensioni organizzative per realizzare tutto ciò? Sapremo crearle? Il rischio è quello che invece di perseguire la qualità nei settori che ci vengono “popolarmente” riconosciuti (talvolta meglio questo che l’esclusiva in qualche materia) si tenda a occupare spazi che appartengono ad altri professionisti, magari senza albo… I movimenti per giungere all’Ordine unico sono anche un modo per attestare nero su bianco nuove prerogative del dottore commercialista che, appunto nell’ambito del medesimo Ordine, guarda caso avrà una sua “denominazione” che da un lato lo distinguerà dai meno titolati ragionieri, dall’altro sancirà a mio parere una reale perdita d’identità nell’immaginario collettivo. Se oggi combattiamo con ovvia ragione gli abusivi della professione, domani avremo la pretesa di pestare i piedi ai consulenti di direzione aziendale?

Al nostro interno cerchiamo, giustamente, un’identità che si fondi sul riconoscimento dei differenti percorsi formativi d’origine rispetto ai ragionieri (ma il titolo è un vantaggio culturale in fase di partenza, e poi?); tuttavia per estenderci in settori a noi attualmente poco congeniali occorre la combinata azione di due fattori egualmente importanti: la formazione e la settorializzazione dell’attività di studio o, per questo secondo aspetto, una maggiore spinta e incentivazione verso l’associazionismo tra professionalità complementari.

Ora, sulla formazione si può dire, senza affondare il dito nella piaga, che sia per i giovani come per i più anziani d’attività, essa è totalmente assorbita dai ritmi incalzanti della legislazione fiscale: tempo, volontà e utilità per dare significato ad altri indirizzi formativi sono tutti da verificare! Eppure la formazione è un’importante forma di controllo e garanzia degli standard qualitativi nel tempo (e non solo, perciò, da valutare all’atto dell’iscrizione all’albo).

Circa l’associazionismo tra professionalità complementari, esso rappresenta parzialmente la soluzione ai problemi sopra accennati della formazione, perché allora avremo praticamente inglobato altri “mestieri” nel nostro, senza ampliare necessariamente l’orizzonte culturale dei dottori commercialisti e delle loro specifiche prerogative, comunemente riconosciute dalla collettività. Attenzione, quindi, all’utilizzo dello strumento delle società professionali che, a fronte di indubbi vantaggi nella razionalizzazione dei costi di struttura e nella fornitura di servizi complessi, rappresenta una “scatola giuridica” (e non la futura sostanza del nostro lavoro) che ci farà sempre più somigliare alle già affermate società di revisione e di consulenza direzionale, in un quadro competitivo europeo.

Poi, la settorializzazione dell’attività, la sua focalizzazione su particolari branche disciplinari può riguardare determinate fasce professionali ma non di certo quelle più giovani, se all’uopo non orientate, in quanto obiettivamente operanti spesso ai margini della professione o, tutt’al più, impegnate negli ambiti comunque meno professionalizzanti e… redditizi. E questo senza dover, in aggiunta, piangere per le solite peculiari condizioni del nostro Mezzogiorno. Marciamo, d’altronde, verso quota 50.000 iscritti, già oggi in maggioranza giovani!

E se poi l’”Europa” ci volesse senza Ordini professionali e senza tariffe? E se in un contesto di grandi concentrazioni aziendali la nostra professione diventasse “impresa”? Continueremo la guerra agli “abusivi” o, come tanti Don Chisciotte, alle società di revisione? Come giustificare alle nostre coscienze e agli aspiranti professionisti la necessità del tirocinio triennale, piuttosto che la ricerca di un impiego stabile presso grandi studi o imprese, sempre più nostre concorrenti? I futuri dottori commercialisti saranno solo i figli degli attuali?

A me sembra che sia più giusto combattere per ottenere due obiettivi a breve termine:

1) una maggiore “visibilità” della nostra professione, sia verso le istituzioni (strategia politica) che verso la clientela (strategia di mercato), per esaltarne le peculiarità e qualità professionali. L’Ordine unico potrebbe essere un falso problema se inquadrato nella prospettiva di lungo periodo, perché dovrebbe prima puntare, forse, ad un’omogeneizzazione culturale a livello locale che, mi pare, si dà oggi per scontata: pertanto ben venga una revisione ordinistica, ma che sia funzionale alla suddetta “visibilità”;

2) dare respiro, ma aiutare ad orientare i piccoli studi, prima che sia troppo tardi, verso nuove mete meno generaliste: l’attacco che proviene dalle forze in campo, non ultimo dal legislatore che vorrebbe (vorrà?) i professionisti-insegnanti obbligatoriamente a part-time nel pubblico impiego rappresenta un fatto dalle notevoli implicazioni: quanti sono gli studi che si finanziano con il lavoro dipendente e come sono distribuiti sul territorio? Senza entrare nel merito della questione, è più importante definire se la nostra società accetta ancora tra i suoi valori la figura del professionista-insegnante. E poi, nuovi mercati della consulenza, tra i quali il “no profit” e gli enti pubblici, si schiudono ai dottori commercialisti: in merito a questi ultimi non favoriamo, in una logica di libera concorrenza tutta italiana, la… chiusura di fatto all’accesso diffuso attraverso un’anomala concentrazione di incarichi. Non si tratta di uno stupido piagnisteo ma di una politica di un’intera categoria professionale volta al miglioramento della sua immagine e al consolidamento di naturali prerogative.

Tali azioni e intenzioni sono comunque strumentali per perseguire ben più importanti scopi nel lungo periodo:

a) siccome il mercato della consulenza sarà sempre più segmentato in funzione delle dimensioni della clientela, sembra persa in partenza una lotta per conquistare una significativa quota di mercato nelle grandi aziende e tale piccola quota, strappata alla concorrenza delle società di revisione e di consulenza internazionali, sarà necessariamente appannaggio di quei professionisti associati in grandi studi che per tempo avranno implementato la loro offerta di servizi;

b) le dimensioni della clientela non rappresentano ovviamente l’unico parametro di segmentazione: la tipologia di servizi offerti, infatti, oltre a essere più o meno articolata in diretta relazione alla dimensione dell’azienda cliente, si correla al settore merceologico, alla localizzazione e ai rapporti con l’estero (intra-UE ed extra-UE) delle imprese; pertanto risulta sempre più urgente la necessità, a carattere strategico, di focalizzazione (e non di globalizzazione) per non rimanere ai margini della consulenza, rendendo visibile la crescita qualitativa della nostra offerta;

c) se si può discutere quanto vogliamo sulla “aziendalizzazione” della professione, con le sue fondamentali implicazioni giuridiche, un fatto è certo: dobbiamo comunque pensare “da aziende” nella nostra organizzazione, nell’evoluzione dell’attività e negli investimenti futuri, sia sui mezzi strumentali che sulle risorse umane.

Una cosa è certa: sopravvivere nell’attesa di una legge favorevole o per semplice pigrizia potrebbe portare, nel medio termine, ad una riduzione del numero dei professionisti, se non di quelli iscritti all’Ordine quantomeno di coloro che effettivamente e autonomamente eserciteranno una professione. Il titolo scherzoso dell’articolo non si riferisce alla italica “balena bianca”, ma il rischio è che tanti “pesciolini” oggi ben vestiti si perdano per aver preso decisioni forse giuste in linea di principio, ma poco coordinate tra loro e, soprattutto, nei tempi sbagliati!

Leggi pure: DUE CHIACCHIERE SULL’IMPORTANZA DELLE RISORSE UMANE NELLO STUDIO PROFESSIONALE https://www.giuseppesalvato.it/?p=133

IL FALLIMENTO NON DERIVA DA CARENZA DI DENARO, MA DI IDEE https://www.giuseppesalvato.it/?p=340